Recensione: Kaiserhof

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Ammetto di aver nutrito più di un dubbio sull'effettivo valore di un album come Kaiserhof, opera prima della new sensation scandinava Kayser. Il binomio Svezia-Scarlet non è il miglior biglietto da visita di questi tempi, soprattutto alla luce di prodotti non certo trascendentali come The Defaced o Terror 2000 – pur senza togliere nulla all'operato dell'attiva label nostrana. Nemmeno una line-up costruita intorno all'infaticabile Spice, già membro degli Spiritual Beggars e ora frontman dei The Mushroom River Band, era sufficiente a farmi abbassare la guardia, memore di vecchie e nuove ‘bufale'; la moda dei supergruppi va imperando da anni, e solo in rari casi le aspettative che si creano nel cuore degli appassionati vengono ripagate da prodotti all'altezza.
Ammetto con piacere di aver formulato previsioni sbagliate: la musica dei Kayser mi ha stupito e attirato dal primo ascolto, rivelandosi fresca e assolutamente lontana da quello che – soprattutto in virtù del genere sbandierato dai soliti flyer approssimativi – mi aspettavo inserendo il CD nel lettore. La proposta della band è descritta come un mix ideale di Slayer, Megadeth e Black Sabbath: una presentazione che può risultare fuorviante, specie considerando che dei secondi non c'è traccia. L'influenza di certo thrash metal è innegabile, ma l'originalità di Spice e soci è tutta nel filtrare sonorità care allo stoner (e all'hard rock in genere) e ri-adattarle in un contesto tanto insolito quanto calzante, creando un cocktail originale e di sicura presa sull'ascoltatore. Un aspetto che, evidentemente, tradisce il retaggio artistico del biondocrinito frontman, accompagnato per l'occasione da due vecchie conoscenze (il chitarrista Fredrik Finnander e il batterista Robert Hansson, a.k.a. Ruben) e da Mattias Svensson, axeman dei già citati Terror 2000 / The Defaced.

L'incipit è in medias res con 1919, l'unica composizione che farà sembrare i Kayser l'ennesimo gruppo pre-confezionato proveniente dalla Scandinavia. Il brano è un compendio di scariche slayeriane condito con qualche rallentamento che fa scuotere la testa, il tutto per due minuti scarsi: ricetta vincente per un'opener, arma a doppio taglio sulla lunga distanza. I riff meccanici di Lost Cause rallentano il ritmo ma sfoderano un groove notevole, merito anche di un accompagnamento magistrale da parte della sezione ritmica; poco importa se il ritornello è preso in prestito da un Diabolus In Musica o un God Hates Us All (lasciate stare le lyrics), perché il risultato è comunque soddisfacente. Stupisce peraltro la naturalezza con cui la coppia chitarristica si fionda in una serie di assoli dal sapore vagamente retrò, prendendo in contropiede chi si aspetta la classica trafila di distorsioni bizzarre e senza una logica. Good Citizen è la sorpresa dietro l'angolo: apertura melodica, chorus orecchiabile e una struttura che ricorda in alcuni passaggi il più recente repertorio degli In Flames; da premiare l'intensa interpretazione di Spice, particolarmente a suo agio in territori meno votati all'assalto frontale. Il frontman si ripete con lode nella successiva Noble Is Your Blood, forse l'episodio più riuscito del platter. Il brano è una sintesi ideale dello stile dei Kayser, con la (geniale) semplicità del refrain a spezzare l'impeto pulsante della strofa, trainata da un riff che dal vivo promette battaglia; riemergono ancora una volta reminescenze hard rock dallo squisito guitar-solo posto verso la fine, emblema di uno stile che ha molteplici sbocchi e si perde raramente in ripetizioni.
Il resto della track-list alterna pezzi convincenti a passaggi a vuoto, avvalorando a più riprese l'impressione secondo cui il meglio sia stato dispensato nella parte iniziale; non a caso sono le tracce più lunghe – 7 Days To Sink e The Waltz - a rivelarsi le peggiori del disco, pur conservando idee accattivanti. I nostri danno il meglio di sé in brani diretti e di breve durata, e le varie Cemented Lies, Rafflesia o la conclusiva Perfect (una sorta di 1919 parte II) ne sono la controprova.

Kayserhof è nel complesso un album godibile e ispirato, con poche ombre e molte luci. La valutazione risente del discreto calo intravisto nella parte centrale della track-list, ma vuole essere soprattutto un incentivo per il futuro, che riserva senza dubbio ampi margini di miglioramento. È nato un nuovo genere? Forse. Quello che è certo è che in molti vorranno seguire questa strada, con risultati altalenanti: nel frattempo ci godiamo questa sorpresa.

Federico ‘Immanitas' Mahmoud

Track-list:
01 1919
02 Lost Cause
03 Good Citizen
04 Noble Is Your Blood
05 7 Days To Sink
06 Like A Drunk Christ
07 Cemented Lies
08 The Waltz
09 Rafflesia
10 Perfect

 
75