Recensione: Karg

Di Yuri Fronteddu - 28 Novembre 2014 - 9:30
Karg
Etichetta:
Genere: Black 
Anno: 2014
Nazione:
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75

I King of Asgard nascono nel recente 2008, fondati da Karl Beckman (voce/chitarra). Nel 2009 il gruppo firma un contratto discografico con la Metal Blade Records e sin dal suo debutto del 2010, “Fi’mbulvintr”, la band svedese si rivela promettente sul mercato musicale. Il sound del gruppo è un black metal eroico, contornato da elementi viking alla Amon Amarth, che trova il suo apice nella seconda uscita, intitolata “… to North”, del 2012.

Nel 2014, King of Asgard e Metal Blade Records danno alla luce il terzo album della band, dal titolo “Karg”. In svedese karg esprime il concetto di sterilità. Anche in italiano, però, sterile può prestarsi a diverse interpretazioni. A quale si riferiscono i King of Asgard esattamente? Sterile come improduttivo, disinfettato o secco e privo di vita?
Scopriamolo insieme.
A partire dalla prima traccia, “The Runes of Hel”, all’ottava e ultima, “Rising”, il black dei King of Asgard assume sfumature più grigie e cupe rispetto alle precedenti uscite. Si crea, in “Karg”, una nuova anima musicale, tendente ad uno sludge black alla Bathory ed Ereb Altor. La cima di queste tendenze viene raggiunta nel quinto brano, “Omma”, immergendosi in una sorta di doom contornato da uno sludge particolarmente accentuato sul ritornello. In quest’ultimo, spiccano elementi molto tribali da rivedersi nel backing vocals, alternato da parti black spinte e avventate. Possiamo dunque concludere che la sterilità del titolo designa sia un’idea di disinfezione (da intendersi dagli stilemi dei precedenti dischi del gruppo), che una di secchezza (in questo caso dal punto di vista dell’atmosfera).

Nel complesso “Karg” è un ottimo esempio di rottura rispetto agli schemi con i quali i King of Asgard hanno esordito, un disco ben realizzato e particolarmente originale. Per gli amatori della band, in questo album gli svedesi mostrano un nuovo volto, più dark e, allo stesso tempo, più cattivo. Tra tante note positive anche qualcuna di biasimo: ad esempio riguardo alla ripetitività tecnica di alcuni pezzi, così come alla somiglianza dei riff in chitarra o una lieve flessione nella qualità del growl (se posto a confronto con le uscite precedenti). Quest’ultimo risulta freddo, poco valorizzato e meno intenso rispetto alla sua apoteosi in “… To North”, in cui è più caldo, epico e fiammante.
In generale, comunque, una uscita sicuramente da consigliare.

Yuri Fronteddu

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