Recensione: Karma

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Con questo Karma troviamo i Kamelot alle prese con il loro quinto album in studio in cinque anni (!!). Tutto questo lavoro ha giovato alla band che ha potuto così affinare il proprio sound, passando dal progressive-power degli esordi,  se vogliamo poco fluido in alcuni passaggi, ad una proposta che se di base  può definirsi power diventa progressiva nel senso della ricercatezza formale degli elementi che vanno a comporre i brani. Ricercatezza e cura negli arrangiamenti e nei dettagli che non sconfina mai in tecnica ostentata in modo fine a se stesso. Il risultato diviene dunque molto godibile ed assimilabile fin da subito, ma ricco di sorprese ad ogni nuovo ascolto e Karma ne è uno scintillante esempio. Affidato ancora una volta alla coppia Paeth/Miro per quanto riguarda la produzione e il mixaggio, il nuovo lavoro di Youngblood e soci risulta ancora più fluido e compatto rispetto al suo predecessore, con brani che colpiscono subito, indipendentemente dal fatto di essere veloci o cadenzati ed atmosferici. A livello lirico non siamo di fronte ad un vero e proprio concept o una storia da raccontare. Tuttavia i brani hanno un preciso filo conduttore, quel particolare stato emotivo di tristezza, rabbia, malinconia e dolcezza legati alla perdita di qualcosa: un amore, un regno, la giovinezza, la bellezza… Un senso di perdita e abbandono che ovviamente si ripercuote sulla musica, sempre molto melodica, ma mai troppo allegra.

Le danze si aprono con una classica (in tutti i sensi) ed orientaleggiante intro scritta (addirittura) da Miro, a cui fa seguito la bellissima Forever. Un brano potente e malinconico, con una linea vocale un po' atipica (ma di sicuro effetto) che rende l'apertura non troppo convenzionale. Molto più classica invece la successiva Wings of Despair, tipica canzone power, veloce e accattivante. Il resto del lavoro gioca sull'alternanza di brani più riflessivi, come la suadente Temple of Gold (caratterizzata da un azzeccato break sinfonico) e brani più veloci e di facile presa come Across The Highlands, senza dimenticare il "momento acustico" che in questa occasione è rappresentato da Don't you cry, delicato saluto al padre di Thomas. Punto forte del Cd è sicuramente la title-track Karma: melodie orientali e misteriose miscelate felicemente con i suoni futuristici delle tastiere vanno ad impreziosire un brano decisamente sopra le righe che si pone quasi come manifesto della musica dei Kamelot. Il finale è tutto per la drammatica suite Elizabeth, divisa in tre "atti": I - Mirror Mirror, lieve e malinconico; II - Requiem for the Innocence, tipico brano in Kamelot style non troppo veloce con un bel passaggio di pianoforte nel finale; III - Fall From Grace : attacco quasi thrash (simil Angel Dust) per un bel brano veloce, potente e melodico che chiude degnamente l'album.

I punti di forza di questo lavoro sono dunque molteplici e giocano tutti sull'interpretazione magistrale di Roy Khan, sempre autore di linee vocali interessanti e per nulla scontate, e l'ottimo lavoro della band, impegnata a cesellare melodie e ricami pur senza strafare con appariscenti virtuosismi. Un passo in avanti rispetto al suo predecessore nella definizione del sound e sicuramente una delle migliori uscite del 2001.

Line Up:
Roy Khan (v)
Thomas Youngblood (c)
Glenn Barry (bs)
Caesy Grillo (bt)


Tracklist:
1)Regalis Apertura
2) Forever
3) Wings of Despair
4) The Spell
5) Don't You Cry
6) Karma
7) The Light I Shine on You
8) Temples of Gold
9) Across the Highlands
Elizabeth Trilogy:
10) I - Mirror Mirror
11) II - Requiem for the Innocent
12) III - Fall From Grace

 
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