Recensione: Kathaarian Vortex

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Riemergono dalle pieghe delle aurore boreali gli Apolokia, terrificante duo il cui baricentro gravita in Italia, nelle gelide caverne del Gran Sasso.

Nata nel lontano 1994 per mano di Blackfrost, la band incide nell’anno successivo il demo-tape “Frozen Evocation” e, quindi, trova la sua definitiva stabilizzazione nel 1996 con l’innesto di Verminaard. Nel 1997 è la volta del secondo demo-tape, “Fields Of Hatefrost”, mentre nel 2000 giunge, inaspettato, un lungo periodo di letargo. Sino al 2007, quando Blackfrost e Verminaard riemergono dalle tenebre per registrare l’EP “Immota Satani Manet” (2009) e, finalmente, il debut-album, “Kathaarian Vortex”.     

Gli Apolokia rifuggono qualsiasi contaminazione dalla forma primigenia del black, rifiutando ogni elemento atto a produrre effetti diversi da un’arcaica concezione della musica come mezzo per addivenire alla totale annichilazione dell’anima. Questo particolare sottogenere, definito non a caso ‘nihilistic black metal’, considera empio anche il minimo tentativo di ‘abbellire’ una forma musicale rozza all’inverosimile, tremenda nella sua adorazione del caos, eretta su un monumentale magma sonoro in cui è quasi impossibile discernere le singole componenti strumentali.

Uno spaventoso, uniforme, agghiacciante muro di suono che non dà adito ad altre interpretazioni che non siano foriere di una raggelante misantropia senza compromessi. L’impossibile suono delle chitarre, orrido e stridulo, rende assai ardua l’individuazione dei riff; sepolti sotto una valanga d’insetti ronzanti. Il Signore delle Mosche copre con il suo velo pure il basso, cupo rimbombo appena udibile in sottofondo, e lo screaming Verminaard, bestiale ruggito le cui sillabazioni sono materia per negromanti. L’assurdo drumming programmato da Blackfrost, infine, è la nera malta per legare indissolubilmente il suono, cementandolo con BPM da follia e blast-beats da allucinazione.    

“Kathaarian Vortex”, così come lo furono i Càtari per i Papi, rappresenta l’eresia del moderno black metal. In un’epoca in cui il genere è stato per esempio incrociato con la musica sinfonica e il rock’n’roll, rarefacendosi pure nelle eteree sostanze del post-black (anche eerie emozional music) oppure evolvendosi nelle complicate essenze dell’avantgarde, gli Apolokia personificano la completa e assoluta coerenza alla volontà di annientamento che alimentava, agli inizi degli anni ’90, act seminali come i Darkthrone e i Marduk. Sfrondando, cioè, il proprio stile da qualsiasi dettaglio mirato ad alleggerire o ingentilire un mostruoso vortice di note il cui unico obiettivo è raggiungere lo stordimento da iper-velocità; per trasportare il pensiero in una dimensione parallela a quella reale, in cui albergano i dèmoni e le abiezioni più nascoste dell’animo umano.    

Con questa specifica chiave di lettura, “Kathaarian Vortex” centra l’obiettivo preposto: escluso il raccapricciante intro ambient “Consolamentum”, da “Post Kristus Daemonolatry” a “Pure Imperial Darkness MMXII” non c’è nemmeno un attimo di pausa nella monolitica struttura che, via via, le song erigono come un’immensa costruzione oscura. Tantomeno, non c’è alcuna concessione alla melodia come nel leggendario “In The Nightside Eclipse” degli Emperor (1994), pure campione di distruzione: lo testimonia il coro davvero spaventoso di “In Figuram Baphometis”, bieca invocazione per qualcosa di terribile, il cui tono inumano pare non aver nulla che ricordi, neppure lontanamente, il concetto di armonia. Anche in uno sfascio totale come “Malignant Asphyxiation”, comunque, si può apprezzare – nel marasma sonoro – qualche rallentamento. Teso, nondimeno, a far sprofondare l’ascoltatore sempre più a fondo, in direzione del centro della Terra. Ma sono brani come l’aberrante “Kathaarian Vortex”, che consentono agli Apolokia di sublimare la loro capacità di disintegrare anche la minima speranza di gioia, di felicità, di distacco da un universo permeato di dolore, sofferenza e depressione.  

Impossibile, per ciò, giudicare “Kathaarian Vortex” in termini assoluti: è necessario osservarlo dal punto di vista degli Apolokia. In caso contrario, sarebbe percepito solo e soltanto come rumore senza capo né coda, senza alcun filo logico o nesso causale. Invece, chi trova nella solitudine un dolce rifugio, potrà aiutarsi con quest’opera d’inaudita ferocia, tale da massacrare ogni sguardo alla luce e alle sue tormentose illusioni.  

Daniele “dani66” D’Adamo
 

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