Recensione: King for a Day, Fool for a Lifetime

Di p2k - 28 Gennaio 2003 - 0:00
King for a Day, Fool for a Lifetime
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Anno: 1995
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80

Angel Dust” era stato un album che spaccò in due l’audience. Se da un lato c’era chi lo idolatrava dall’altra non mancarono i detrattori, oltremodo sostenuti nella loro “causa” dalle vendite di questo cd alquanto deludenti. I Faith no More erano quindi chiamati a risollevare le sorti della loro popolarità, messa a rischio anche dall’abbandono del chitarrista Jim Martin, uno dei marchi di fabbrica della band. A sopperire a questa mancanza ci pensò l’istrionico Mike Patton, ormai vero leader della band, che propose il suo collega nei “Mr. Bungle” Tray Spruence, ma poi si vociferò che questi non voleva seguire i la band per il tour, e venne sostituito dal roadies Dean Menta, il quale non suonò neanche una nota nel futuro disco. A questo punto le sessioni per la realizzazione del successore di “Angel Dust” potevano cominciare. Il titolo scelto per questa release fu abbastanza insolito. “King for a Day, Fool for a Lifetime” uscì il 13 marzo 1995. Questo disco è l’ennesima prova dell’eclettismo di questa band, capace di passare con la massima disinvoltura e abilità attraverso stili completamente differenti tra loro. A differenza delle altre uscite quest’eterogeneità è manifestata non più all’interno di una singola canzone, ma ogni taccia di questo cd ha una sua precisa identità. Si passa da brani marcatamente punk (“Get Out”, “What a Day”), a dolci ballad (“Evidence”, “Take This Bottle”), ad esperimenti quasi pop (“Just a Man”), senza per fortuna disdegnare quella tradizione che vede nei Faith no More una band capace di sonore mazzate tra i denti (“Cuckoo for Caca”, “Ugly for Morning”), e di come si possono comporre dei brani di sano rock (“Digging the Grave”, “Ricochet”, “King for a Day”), non disdegnando i folli esperimenti che vedono i Faith no More cimentarsi in un pezzo jazz con orchestra (“Star A.D.”), o in una dolce ballad dai suoni caraibici con strofa cantata in portoghese (“Curalho Voador”), senza rinunciare alla “solita” incursione nella follia (“The Gentle Art of Making Enemies”). In tutta onestà ritengo questo disco un ottimo prodotto, ma che manca di quella dose d’imprevedibilità che il suo predecessore aveva in abbondanza, anche se può sembrare un controsenso a quanto scritto sopra. In quest’album ci sono numerosi episodi pregevoli, sia per la loro dote nell’esaltare (“Digging the Grave”, “Cuckoo for Caca”, “Ricochet”, “The Gentle Art of Making Enemies”), sia per le incredibili capacità dimostrate dalla band nell’interpretare brani stilisticamente agli antipodi con quanto suonato in precedenza (“Evidence”, “Curalho Voador”, “Star A.D.”). Un ottimo prodotto che però ritengo un piccolissimo passo indietro con quanto prodotto in precedenza. Ovviamente anche in questo caso ci furono i fans che si spaccarono in due fazioni, ma questa si sa, è la prassi che tocca ai grandi geni. E ai Faith no More, concedetemelo, possiamo affibbiare quest’aggettivo!

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