Recensione: Kingdom Of The Blind

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Quarto full-length, per i londinesi De Profundis. Dopo "Beyond Redemption" (2007), "A Bleak Reflection" (2010), "The Emptiness Within" (2012) e l'EP "Frequencies" (2014), giunge l'ora di "Kingdom Of The Blind".

Già con i precedenti lavori i Nostri avevano mostrato una decisa predisposizione per contaminare pesantemente la loro proposta musicale, fondamentalmente death, con i 'soliti' elementi eterogenei derivati dal jazz. Un approccio ben noto ai cultori del metal estremo, abituati alle più diverse complicazioni del death metal di base.

I De Profundis, oltre al death, inseriscono nelle tracce di "Kingdom Of The Blind" anche delle nutrite variazioni sul tema, invadendo il mondo del black grazie, soprattutto, a scampoli interpretati in screaming, quando le ordinarie linee di Craig Land si mantengono costanti su un growling se così si può dire, 'medio'; lontano cioè da eccessi sia nella sua intelligibilità, sia nella sua aggressività.

Ovvio e scontato il parallelismo con gli Opeth ma, purtroppo per loro, gli inglesi, di equidistante dal formidabile combo svedese, hanno ben poco. Principalmente in materia di songwriting, ove si manifesta con evidenza il loro principale punto debole. È chiaro che qualsiasi manifestazione di progressione dallo schema arcaico del death sia benvenuta. Tuttavia, come spesso accade in questi casi, i De Profundis restano impigliati con le folte chiome nella trappola dell'autocompiacimento. Un po' come Narciso, insomma.

Musicisti eccezionali, Shoi Sen e compagni sembrano quasi dimenticarsi dell'elemento-canzone, distratti dalle mirabolanti scale delle chitarre, dall'immane arzigogolo disegnato dal basso fretless, dagli intricatissimi cambi di tempo.       

Così, come non dovrebbe mai accadere, anche restando cocciutamente per giorni su song come "All Consuming" oppure "In Solitude", non si riesce a trovarne il bandolo della matassa. Pressati da una massa apparentemente caotica di note, la cui direzione, posto che ce ne sia una, non si riesce nemmeno a intravedere.

Si è scritto 'caotico' poiché i De Profundis sono degli artisti troppo in gamba e troppo professionali per prendere per i fondelli qualcuno. Una logica quindi c'è, in "Kingdom Of The Blind", ma individuarla è cosa davvero ardua. Il che contrasta con uno dei punti cardine del rock e dei suoi derivati death compreso: la leggibilità artistica.

Insomma, a cosa servono migliaia di note suonate con assoluta perizia, se non si riesce a memorizzarne una nemmeno a morire? Tra l'altro, a peggiorare le cose, pare essersi persa definitivamente la vena melodica presente agli inizi che, se non altro, alleggeriva leggermente il tutto.  

Qualcosa di buono in ogni caso si trova, nel platter. Che, guarda caso, coincide proprio con i brani più diretti, immediati e con ancora un pochino di 'semplice' armonia, per così dire, come per esempio "Beyond The Threshold". O in occasione delle sfuriate blast-beats che, a parere di chi scrive, non fanno mai male ("A Strange Awakening").

Nel complesso, però, "Kingdom Of The Blind" manca clamorosamente l'obiettivo. La noia incalza veloce e implacabile, e dopo un po' dei De Profundis rimane un pallido ricordo...   

Daniele D'Adamo

 
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