Recensione: Kingdom of the Hammer King

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Gli Hammer King provengono da Kaiserslautern e giungono al loro debutto su full length grazie ai servigi dell’etichetta italiana Cruz del Sur Music. L’immagine è defender fino al midollo e i quattro figuri che si celano dietro il Martello posseggono un discreto curriculum all’interno delle vicende dell’Acciaio in quel delle lande teutoniche: K.K. Basement (Basso), Dolph A. Macallan (Batteria), Gino Wilde (Chitarra) e  Titan Fox  (Voce e chitarra), quest’ultimo con dei trascorsi all’interno della band dell’ex Manowar Ross the Boss.     

A partire dalla copertina a la Anvil di Timo Würz e proseguendo con il libretto accompagnatorio di sedici pagine è tutto un festival del cliché HM, sarà perché alcuni big del passato esponenti delle sonorità più dirette e tradizionaliste non se la passano proprio benissimo da qualche anno a questa parte, sarà perché in Germania certe sonorità non hanno mai perso appeal ma gli Hammer King paiono davvero crederci fino in fondo, sgomitando per conquistarsi un posticino al sole all’interno del metalrama nazionale, delegando ad altri pose e atteggiamenti costruiti per ammiccare al pubblico tutto borchie, sudore e toppe sulla schiena.

Come è lecito attendersi le dieci schegge metalliche componenti l’ossatura di Kingdom of The Hammer King risultano ampiamente in linea con quanto previsto: quindi nessuno spazio a chissà quale innovazione, bando alle contaminazioni di sorta e giù di heavy metal fino al termine, anche se l’inizio non è dei più esaltanti, invero: (I) Kingdom of the Hammer King scimmiotta (male) l’enfasi dei Running Wild nei primi passaggi per poi trascinarsi stancamente fino al termine fra cori stantii e una mancanza di mordente palpabile.

I Am the King rimette parzialmente a posto le cose anche se emergono palesemente i limiti del singer Titan Fox, poderoso il riff sul quale poggia Aderlass; The Blood of Sacrifice, il pesante pezzo successivo che avrebbe fatto sfracelli con un altro cantante.    

Davvero troppo leggera Chancellor of Glory per graffiare un minimo, si salva (II) I Am the Hammer King per via dei cori azzeccati, anche sue un po’ di convinzione in più non avrebbe certo fatto difetto. Passa Blood Angels e buona risulta Visions of a Healed World, di chiara ispirazione Hammerfall. Evidentemente anche Titan Fox, come Joacim Cans, riesce a salvarsi finché non si deve tirare sul serio. Niente di nuovo sul fronte occidentale neanche per Figure in the Black, finalmente un po’ di mordente in We Are the Hammer, brano- moloch veloce e possente sulla scia dei Krokus più metallici della loro storia. Per chi scrive l’highlight del disco e il potenziale inno definitivo in sede live per gli Hammer King. Epica crassa nel segno dei Manowar nei sette minuti e rotti di (III) Glory to the Hammer King, posta in chiusura, a risollevare le sorti di un album fino a questo momento al di sotto delle attese.         

Kingdom of The Hammer King è lavoro riuscito solo a metà. Manca la rabbia, la carica barbarica, l’incisività e la cattiveria che seppero sprigionare a Loro tempo Running Wild, X-Wild, Unrest, Thundersteel e compagnia teutonica assortita. Il tempo è però dalla parte degli Hammer King così come la convinzione nel verbo. Alla prossima.      

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

  

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