Recensione: Kingmaker

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Un brand in giro da tanti anni quello dei Pretty Maids, inossidabile band di origini danesi che nell’arco di oltre tre decadi di carriera si è sempre contraddistinta per la realizzazione di album di buon livello e dai caratteri inconfondibili.

Retti sin dagli esordi dalle possenti spalle del singer Ronnie Atkins (al secolo Paul Christensen) e dal fidatissimo axeman Ken Hammer (Kenneth Hansen), il gruppo ormai stabilmente trasferitosi negli Stati uniti, prosegue nel proprio cammino fatto di canzoni dalle evidenti tinte heavy anni ottanta, mescolate a sprazzi, al solito, ultramelodici ed orecchiabili.
Una miscela tale da rendere l’esperienza targata Pretty Maids un qualcosa di sempre piacevole e decisamente gradito.

Come raccontato molte volte in numerose altre occasioni, un costante e sistematico modus operandi che diviene familiare e quasi accomodante: un fan dei Maids, infatti, approcciandosi ad un nuovo loro album sa, sin dalla prima occhiata alla copertina, che al suo interno potrà reperire qualcosa che in un modo o nell’altro ne allieterà l’orecchio, trasportandolo in quella che potrebbe quasi assomigliare ad una rimpatriata tra vecchi amici.
Di quelli che di grosse novità o particolari stravolgimenti non ne portano praticamente mai, ma che è sempre un magnifico e corroborante piacere rincontrare di tanto in tanto.

Proprio come in questa volta, chiamata, per l’occasione “Kingmaker”, titolo del quindicesimo album da studio sfornato con immarcescibile costanza dal vecchio Ronnie e dai suoi compari.
La filastrocca è sempre quella, come riferito in apertura, gli ingredienti sono sempre immutati: le corde vocali abrasive di mr. Atkins a scorrazzare su di una serie di composizioni dalle immancabili svisate heavy metal che, tuttavia, non si fa mai “tetragono” o troppo massiccio. Anzi, a più riprese preferisce indugiare in armonie scorrevoli e di facile ascolto, lasciando spazio e respiro ad un suono che attinge da hard rock ed AOR per smussare gli angoli spigolosi e rendersi più ammiccante ed orecchiabile.
Graffiano, ma sempre con innata classe i Pretty Maids, portandosi appresso brani accattivanti come le iniziali “When God Took A Day Off” e “Kingmaker”, tracce dai testi ruvidi e dalla carica energetica importante, sempre mitigata da forti dosi di melodia e “fascinosa” immediatezza.
Quel flavour che rimane romanticheggiante ed amichevole pure quando si mena di mazza, che emerge però con prepotenza nei frangenti più piacioni e cadenzati di cui la trasognata “Last Beauty on Earth” e la frizzante “Face the World” sono degne eredi, in una tradizione che ha visto gli album dei Maids costantemente infarciti di episodi dal debordante tasso di melodia.
Quella che si materializza con puntualità anche nelle colorate “Bull’s Eye” e “Heavens little Devil”, per lasciare spazio tuttavia ad una maggiore risolutezza nei momenti accessi di “King of the Right Here And Now”, “Sickening” e “Civilized Monsters”, brani dal forte impatto heavy cui non manca comunque mai quel “quid” di freschezza ed easy listening in grado di porsi trasversalmente tra metal classico e melodic rock.

Produzione di alto livello ad opera di Jacob Hansen (un particolare in cui anni addietro la label Frontiers un po’ latitava, ma che ora è divenuto assoluto punto di forza) e tracklist non troppo prolissa e per questo piuttosto efficace, gli ulteriori elementi utili alla promozione della nuova uscita dell’irrinunciabile gruppo danese.

Vale anche per questa volta, quanto specificato per il precedente “Louder than Ever”:
“L’uscita di un nuovo prodotto a nome Pretty Maids è sempre motivo di massima attenzione. E questo cd non fa quindi differenza.
Quando ci sono di mezzo Ronnie Atkins ed i suoi, sempre di bella musica si tratta…"

 
80