Recensione: Kings of Metal MMXIV

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I Manowar negli ultimi tempi hanno collezionato una serie di scelte talmente scellerate da minarne la storia. Tra queste, quelle che sicuramente hanno smosso di più gli animi riguardano la registrazione ex novo di vecchi dischi. In principio fu “Battle Hymns”, il leggendario debutto del 1982; oggi tocca alla loro fatica  più celebre (e venduta), “Kings of Metal”.
 
Le motivazione di base rimane la stessa, ovvero svecchiarli e farli suonare come le attuali tecnologie lo permettono, quindi maggior cura, nitidezza e potenza. E qui casca l’asino, cari Manowar. Perché la produzione è parte essenziale di un album, quasi al pari delle note stesse. E’ un aspetto del suo fascino, delle sue atmosfere ed è fondamentale che rimanga ancorata al periodo in cui le composizioni prendevano vita. Se proprio vuoi “ripulire” un CD, puoi sempre rimasterizzarlo, cosa che i guerrieri di New York hanno fatto in passato, come tutti del resto.
 
Ma in questo modo, è lapalissiano che tu voglia soltanto spillare dei soldi facili (se non con le vendite, tenendo in circolo il nome ed andando in tour) e camuffare/rimandare la cronica mancanza di idee che ti ha attanagliato negli ultimi venti anni scarsi.
 
E se il principio del restyling poteva avere un senso per “Battle Hymns”, non ne ha alcuno per “Kings of Metal”, la cui versione del 1988 risulta ancora praticamente perfetta. 
Comunque sia, andiamo ad analizzare il risultato finale.
 
Produzione: partiamo proprio dalla raison d’etre di questa riedizione. E fin da qui, il progetto fallisce miseramente. D’accordo, la resa fa tremare le casse non appena alzi un tantinello in più il volume, ma quanto balza veramente all’orecchio è la piattezza che è stata imposta alle canzoni e l’assoluta mancanza di dinamicità. Un flop che sbugiarda le velleità di Joey De Maio.
 
Esecuzione: soltanto “Heart of Steel” giova della nuova interpretazione. L’introduzione affidata alla chitarra acustica rispetto al pianoforte e il canto divino di Eric Adams fanno si che la non si perda nulla della magia originaria. Per il resto, gli anni passano per tutti, la forma straordinaria di quei Manowar è persa per sempre, cosi come la foga e l’entusiasmo di un gruppo di musicisti all’apice della propria carriera. Oltretutto, abbiamo l’ennesima conferma che Karl Logan non è mai stato e mai sarà all’altezza di Ross “The Boss”. Non che questi sia un virtuoso e non è neppure nostalgica retorica, semplicemente il carisma e la personalità di Ross facevano la differenza e Karl al massimo può sognarsele. Perfino la nuova “Warrior’s  Prayer” sembra una parodia, per non parlare dell’allungamento della strofa centrale di “Blood of the Kings” funzionale ad aggiungere nuove nazioni conquistate dal Verbo manowaresco.
 
Nuova scaletta, cambiamenti nei titoli, doppiaggio di alcuni brani: dico, ma scherziamo? Che senso ha stravolgere una tracklist semplicemente PERFETTA e scolpita nei cuori dei fan? Che senso ha chiamare ora “The Heart of Steel”, “The Blood of the Kings”, “A Warrior’s Prayer” (cosa che ho accuratamente evitato di fare qualche riga sopra) o ancora “Thy Crown and Thy Ring” e “On Wheels of Fire? Ve lo dico io che senso ha, nessuno. Soltanto quello di dare una posticcia aura di novità. Per non parlare del fatto di trovare versioni strumentali.
 
Non so se sono stato troppo duro, ma secondo me questo “Kings of Metal MMXIV” non ha motivo di esistere. E’ chiaro che il voto finale si riferisce soltanto alla versione e all’idea stessa di ri-registrare questo capolavoro e non al valoro in se delle canzoni. Anzi, rivolgendomi ai più giovani, dico loro che avere questo disco, nella versione originale, è un essenziale caposaldo da conoscere. Tutti gli altri, sapranno già di che sto parlando. I Manowar hanno fatto l’ennesimo buco nell’acqua, lasciate che ci annaspino soltanto loro.

C’erano una volta i Re del Metal.

Matteo Di Leo

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