Recensione: Knight Of Fate

Di Nadia Giordano - 28 Ottobre 2013 - 22:07
Knight Of Fate
Etichetta:
Genere: Heavy 
Anno: 2013
Nazione:
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65

I Lambton Curse sono una giovanissima band aretina nata nel 2009 da un’idea di Nico Borgogni e Giovanni “Johns” Capaccioli. Successivamente al duo si aggiunge il batterista Giacomo Buonavita ed il tastierista Lorenzo Lenzi, il quale propone il nome “Lambton Curse”.
A questa prima formazione si unisce poi il cantante Davide “Dave” Francesconi.
La band viene presentata ufficialmente nel maggio 2010 al Rock Highland di Arezzo, ma qualche tempo dopo nascono i primi problemi ed il gruppo decide di cambiare bassista, sostituendolo con Thomas Crocini. Tuttavia le magagne non finiscono qui, perché dopo pochi mesi il tastierista Lorenzo Lenzi lascia il gruppo per motivi personali ed al suo posto entra come membro fisso Joshua Braun Wimmer. Pur essendo ormai al completo, però, il sound dei Lambton Curse non risulterà completo fino al sopraggiungere del chitarrista Luca Tanganelli.

Nel giugno 2013 i sei aretini pubblicano il loro primo full-length “Knight Of Fate”, album contenente 10 brani, in cui si riconoscono scelte stilistiche tipiche del genere heavy metal, che ricordano band come Virgin Steele e Warlord,  fino ad arrivare a sonorità più power alla Edguy e Blind Guardian. Le tematiche trattate riportano l’ascoltatore all’epoca medievale, attraverso narrazioni di gesta eroiche di soldati, guerrieri ed in primis uomini d’onore.

L’artwork di “Knight Of Fate” mostra un cavaliere in posa da combattimento ed una creatura marina che si staglia alle sue spalle. Questa scelta rimanda al nome della band e alla leggenda inglese di “Lambton Worm“. Secondo tale leggenda John Lambton pescò dalle acque del fiume una strana creatura. Disgustato da quell’essere, egli lo gettò in uno stagno, non curandosene più. In un secondo momento Lambton partì per la Terra Santa e, ritornato in patria dopo sette anni, apprese le razzie e gli stermini che il Worm (letteralmente verme, anche se alcuni lo ritengono un drago – ndr) aveva compiuto nel suo regno. Il cavaliere decise di rivolgersi ad uno stregone, che gli donò un’armatura interamente ricoperta di aculei (si rimanda all’immagine di copertina – ndr) e con quella avrebbe potuto sconfiggere la creatura marina. In cambio dell’aiuto concessogli, il cavaliere avrebbe dovuto pagare un pegno, uccidendo il primo essere vivente che avesse incontrato, pena la maledizione sulla successiva progenie. John Lambton riuscì ad uccidere il drago, ma, causa la sua superficialità, venne meno alla promessa fatta allo stregone, così facendo egli condannò non solo sé stesso ma anche la sua stessa stirpe.

L’album si apre con la prima traccia “And The Sword Was Forged” che, tramite un intro molto medievaleggiante di tastiera, ci proietta verso la successiva “Time To Die”, caratterizzata da suoni molto melodici ed orecchiabili. Segue poi “Reason To Stay”, nella quale metriche molto cadenzate si ripresentano ciclicamente, sia nella linea vocale che strumentale, per tutta la durata del brano.Si prosegue poi con “No Way Out”, traccia estremamente immediata e di impatto e con “Soldier’s Fate”. Quest’ultima, potrebbe sembrare una classica ballad, ma dopo i primi minuti, fanno la loro apparizione e si focalizzano dei ritmi molto più dinamici.

Ci rilassiamo un po’ con  la sentimentale “Moonlight Elegy”, per poi arrivare alla particolare “Nightmares”, caratterizzata da continui cambi vocali che la faranno da padrona. Con “John Lambton”, di cui abbiamo già precedentemente citato la storia, siamo quasi arrivati alla fine di “Knight Of Fate”. Penultimo brano è l’omonima “Lambton Curse” che ci traghetta alla conclusione della “storia” con “Bane Of Durin”, brano che, in alcuni passaggi, ricorda da vicino le sonorità degli Edguy.

Sebbene in “Knight Of Fate” spicchino la bravura del tastierista e del chitarrista, una nota negativa si può indicare purtroppo nelle parti di batteria, estremamente “accademiche” – anche se questo potrebbe essere dovuto a ben precise scelte stilistiche –  e nella voce, che, benché goda di un buon timbro vocale, non riesce a dare una vera prova delle sue doti, facendo risultare il cantato un po’ distaccato, cosa che fa calare il livello di attenzione all’incirca verso la metà del disco.

Detto questo, sono comunque presenti dei brani interessanti, come “Time To Die” e “No Way Out” che potenzialmente potevano rivelarsi coinvolgenti,  ma la mancanza di esperienza e di maturità, non anagrafica ma artistica, si ripercuote sulla composizione. Le rimanenti tracce restano purtroppo sullo stesso livello, prive di quel pathos che dovrebbe dare senso al tutto. Inoltre i continui e ripetuti ritornelli, seppur orecchiabili, alla lunga distolgono dall’ascolto. Detto questo, voglio però spezzare una lancia a favore dei testi, che riprendono tematiche molto manowariane legate alla fratellanza ed alle battaglie, colme di spade, acciaio, guerrieri, valkyrie, sangue, morte e chi più ne ha più ne metta – insomma una cosa alla “Glory and Steel”.

Dal punto di vista della produzione, nonostante le parti vocali siano state incise in studio con tutti i crismi, a livello di suoni, risultano essere un po’ scariche. Chiaro indice della mancanza di un produttore di professione, anche perché strumenti e voce appaiono poco bilanciati tra loro, cosa che emerge nei ripetuti ascolti, anche tra una traccia e l’altra. Questo lo si riscontra maggiormente non tanto sull’impianto stereo, quanto nell’analisi in cuffia. Ciò nonostante, l’album in toto risulta comunque più che sufficiente e deve essere preso in considerazione come  il primo passo verso un miglioramento sia artistico che creativo, nelle corde del sestetto.

Nadia “Spugna” Giordano

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Sito web: http://lambtoncurse.com/
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/lambton.curse?fref=ts

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