Recensione: Kulkija

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“Che noia i Korpiklaani, scrivono da quindici anni tutti quei pezzi folk sulle sbornie pazzesche che si fanno tra le foreste della Finlandia e il metallaro medio ancora li ascolta!”

Chi di voi non ha mai sentito un commento del genere? Non siate timidi, dai. Devo averlo pensato anch’io, che pur li ascolto dalla prima ora, dal buon vecchio Spirit of the Forest (2003) che accoglieva l’ascoltatore in quell’atmosfera poco sobria da “Wooden Pints”, con brani un po’ in inglese ed un po’ nella lingua madre. Di inni alla sbornia invereconda i Korpiklaani ne hanno scritti tanti, da “Beer Beer” ad “Happy Little Boozer”, da “Vodka” alla recente “Man with a plan” (my plan is to booze as much as I can), che nell’originale Noita (2015) la si trovava in finlandese, dal titolo “Viinamäen mies”. Insomma, con i Korpiklaani il rischio che una sbornia volgesse al triste-melanconico da riflessioni trascendentali sul genere umano e sulla futilità della vita era praticamente azzerato. Però certo, il ritmo di più o meno un disco all’anno del primo decennio della band era abbastanza difficile da sostenere anche per un combo finlandese, fosse anche solo per il fegato. Gli ultimi due dischi superano quel periodo di sovrapproduzione epatica, uscendo a distanza di tre anni l’uno dall’altro e consentendo ai ragazzi di mettere a posto le idee tra una bevuta e l’altra e comporre in maniera più accorta e certosina.

Dimenticate dunque la citazione con la quale ho aperto la recensione: Kulkija è un album di svolta per i Koorpiklaani.

Non si tratta certo di una rivoluzione stricto sensu, ma siamo certo dinanzi a qualche curiosa novità. Avete presente quella sensazione un po’ più matura da doppia birra media, ancora tra il sobrio e l’allegro, in cui fate alcune riflessioni su voi stessi o sulla coppia del tavolo a fianco, ridacchiando nell’anima, un po’ come se sapeste cosa succederà a breve? Quel senso di consapevolezza, sempre un po’ alticcio ma ancora razionale e riflessivo, lontano dai folli eccessi della sbornia e dalle danze del dionisiaco? Ecco, la storia narrata dal viaggiatore, protagonista di Kulkija (viaggiatore, appunto, in lingua finlandese) potrà destarvi queste sensazioni, anche senza conoscere la lingua del disco – e senza far (ab)uso di google translate.

Consapevolezza è maturità, dal songwriting alla produzione, con una pulizia ed una professionalità che fanno onore ai finnici. “Neito” (nubile) prova subito a rompere il ghiaccio col folk veloce e danzereccio, col suo riff di violini ed il refrain che accelera, ma c’è qualcosa di strano, tanto che nemmeno la riflessione del viaggiatore al chiaro di luna di “Korpikuusen kyynel” riesce a prendere e trascinare l’ascoltatore come accadeva una volta. Inizia a farsi largo l’ipotesi che il viaggiatore sia un uomo maturo come la band, e che i suoi discorsi preferiscano suggestionare che trascinare. Ce ne accorgiamo con la ballad “Harmaja”, che con la sua carica nostalgia parla all’anima, anche grazie alla voce bassa e solenne di Jonne Järvelä.
Il viaggiatore continua a narrare, dalla casa di “Kotikonnut” al corvo di “Korppikalliota”, sempre con il caldo tepore della memoria di un metal melodico coadiuvato da elementi di folk scandinavo, in cui il dialogo tra strumenti etnici e musica pesante avviene con il giusto senso della misura. Si passa quindi da momenti più cupi e tenebrosi come in “Sillanrakentaja” (il costruttore di ponti) alla più ariosa “Henkselipoika”, singolo ambientato in in un mondo contadino, rievocato anche nel videoclip. Il brano è seguito da un affresco strumentale dal titolo “Pellervoinen”. Ancora vitalità e danze con “Riemu” e “Kuin korpi nukkuva”, più solare la prima e più oscura la seconda. Il disco termina con un’altra ballad, “Tuttu on tie”, che riassume e sintetizza la filosofia del viaggiatore, per il quale la strada ed il mondo sono la vera famiglia - la casa è oltre ogni confine.

Devo ammettere che ai primi ascolti ho trovato Kulkija decisamente spiazzante e poco diretto, fosse anche solo per l’evidente barriera linguistica, oltre che per una lunghezza non proprio accessibile: quattordici brani per oltre settanta minuti di ascolto! Uno straniamento che si è fatto ancora maggiore per la profondità delle tematiche e delle sfumature emotive evocate, talvolta inedite per gli stessi Korpiklaani. Kulkija è un disco per pochi (ma che quei pochi adoreranno alla follia!), da affrontare con l’anima del viaggiatore che non sa quello che troverà lungo il sentiero, senza timore di incontrare terre inesplorate e popoli stranieri: un lavoro che piacerà forse più a chi stigmatizzava i Korpiklaani di far dischi tutti uguali, piuttosto che al fan che prevedibilmente si aspettava le solite scorribande da una sbronza all’altra; più per chi ama viaggiare sulle proprie gambe, piuttosto che con la testa, di fronte all’ennesima pinta traboccante.

Luca “Montsteen” Montini
 

 
70