Recensione: Kurbads

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A quasi sette anni di distanza dall’ultimo full-length “Zobena Dziesma”, gli Skyforger tornano sul mercato musicale con il disco “Kurbads”, concept album legato indissolubilmente - come da tradizione - ai vecchi miti e alle leggende tanto care alle popolazioni lettoni.
Il lavoro in questione è legato alla figura di Kurbads, eroe leggendario nato – così narra la storia – da una bianca giumenta.
Il folklore lettone torna prepotentemente alla ribalta e sottolinea l’ottimo momento creativo per i piccoli stati ai confini con quella che un tempo fu la grande Rùs; gruppi attivi (e ispiratissimi) come gli estoni Sõjaruun e gli Urt, tanto per citare i primi due gruppi che affiorano dalla memoria, sembrano estremamente motivati a svelare all’Europa e al mondo intero tutto l’enorme bagaglio culturale fatto di miti e tradizioni, di eroi e magie che provengono da questo angolo semi sconosciuto della nuova geografia continentale che spesso cataloghiamo frettolosamente come miti riconducibili al panslavismo del diciannovesimo secolo.
Un fermento intellettuale che si collega molto più semplicemente alla parte più popolare e genuina delle genti lettoni e che è in grado di far scoprire all’ascoltatore un mondo ai più sconosciuto, in cui le contaminazioni e le profonde analogie e similitudini culturali iniziano a dare un affascinante spaccato storico sulle credenze pre-cristiane dell’area baltica mostrando gli enormi scambi interculturali avvenuti sulle sponde del freddo mare del nord.
È ad esempio la figura del cacciatore di draghi, presente anche nella tradizione lettone e riportata nell’album in questione, a sottolineare il sottile ed invisibile filo che lega popoli e culture apparentemente distanti tra loro ma di medesima matrice indo-europea.
Grazie alla musica, e più nello specifico a questo canonico folk/pagan metal, migliaia di persone si sono riavvicinate alle antiche culture, spesso accantonate dalle roboanti giornate “mordi e fuggi” delle città. Questo non per stravolgere ordini pre-costituiti o per sovvertire le regole della “società civile”, quanto per cercare di preservare le radici così da avere sempre ben definita la linea di partenza, il ‘come’ e il ‘da dove’ tutto abbia avuto inizio.
È la campagna, i monti lontani, le scogliere perdute a riprendersi il centro dell’attenzione facendosi e facendoci conoscere sempre di più storie e tradizioni oramai lontane perse nelle nebbie della memoria. A questa musica il privilegio di essere cultura, perché in grado di spingere l’ascoltatore alla ricerca e alla comprensione, cose non del tutto automatiche e che spesso diamo per scontate.
Ben vengano quindi album come questo Kurbads perché, ammesso e non concesso che la parte storica e tradizionale abbia un’importanza così marcata in queste release, a tanta mitologia deve essere accompagnata anche una certa competenza tecnica e compositiva.
Perché la musica non può prescindere dalla narrazione ed è questa a dover essere valutata in prima battuta nella recensione.
Kurbads è un album davvero ben fatto che mi sento in dovere di consigliare a tutti gli amanti del genere.
Niente di nuovo, sia ben chiaro. Nessuna innovazione né ardita sperimentazione. Gli Skyforger si limitano a seguire una strada già ampiamente battuta e lo fanno con totale disinvoltura. Una mescolanza variopinta di riferimenti stilistici che vanno dal power teutonico alle ritmiche martellanti di maideniana memoria si combina in maniera sapiente ad un folk fatto di precisi e fedeli riarrangiamenti  in cui cornamuse, zampogne e scacciapensieri salgono alla ribalta dandoci dei meravigliosi spaccati di musica popolare.
La produzione, di livello decisamente eccellente, riesce a caratterizzare in maniera esemplare ogni singolo particolare, ogni minima lieve sfumatura.
Gli strumenti tradizionali di Kaspars Bârbals trovano terreno fertile nelle ottime strutture musicali proposte dal quintetto di Riga. Notevole e degno di una speciale menzione il lavoro svolto dalle parti vocali: la forza e il fascino di questo album sta in parti uguali alla potente e sicura voce del frontman Pēteris ''Peter'', e alle seconde voci e cori,tanto ricercate quanto ben riuscite, che sono in grado di conferire  ad ogni pezzo quell’alone di maestosità o di epicità.
Quello che emerge dal platter è la definitiva maturazione di un gruppo che, forse grazie anche alla supervisione di una label di peso ed esperienza come la Metal Blade Records, sembra aver trovato la giusta quadratura del cerchio. Una maturità musicale che permette agli Skyforger un importante utilizzo di suoni campionati – come ad esempio i frequenti versi di animali tra cui lupi e galli – senza mai scadere nel ridicolo ma, anzi, sottolineando nella maniera più fedele possibile atmosfere bucoliche lontane frammiste a feroci suoni di guerra.
Il disco ripercorre fedelmente le avventure dell’eroe Kurbads attraverso le memorabili imprese di cui si è fregiato: dalla nascita avvenuta, come detto in precedenza, da una bianca cavalla, alla discesa nel mondo dei morti per liberare la figlia del Re, fino a descriverne le cruente battaglie contro il congenito nemico Snake. Una mitologia piena di simbolismi e di poetici eventi che spesso possono risultare fin troppo romanzati ma che sono, oggettivamente, indispensabili strumenti di conoscenza di cui il popolo lettone va particolarmente fiero e a cui non rinuncerebbe di buon grado. Miti e leggende che appartengono intimamente alla storia del popolo e che ne compongono il bagaglio culturale tramandato da padre in figlio, con l’orgoglio e la passione propri di queste genti.
Dal brano d’apertura “Curse Of The Witch”,  alla conclusiva title track è un continuo susseguirsi di fantasiose ambientazioni piene di fascino e mistero in cui spesso il cantante usa il ‘parlato’ per enfatizzare maggiormente la narrazione, come a volerci raccontare la storia in prima persona.
Di grande effetto evocativo brani come “In The Underworld” in cui viene chiesto all’eroe il perché della sua discesa negli inferi, o “Son Of The Mare” dal quale traspare il legame con le figure mitologiche come  Laima personificazione del fato e della  fortuna. Brani di grande impatto emotivo e di facile assimilazione.
Una volta superato lo scoglio della lingua a mio avviso molto musicale il disco vi potrà stupire con la sua freschezza e la sua grande fruibilità, scorrendo in autonomia sui propri binari lasciando all’ascoltatore il tempo per rilassarsi e farsi trasportare dalle note tra un assolo del virtuoso Mārtiņš, e la genuina irruenza del batterista Edgars "Mazais".
Gran bel lavoro insomma, sotto ogni punto di vista. Dalla piccola Lettonia un grande album che, anche se non concorre per diventare il traino del pagan metal del nuovo millennio, di sicuro può dire la sua ed attirare nuove orde di fan dal caro vecchio continente...e non solo.
 


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Tracklist

1. Curse Of The Witch
2. Son Of The Mare
3. The Nine-headed
4. Bewitched Forest
5. In The Yard Of The Father's Son
6. The Devilslayer
7. The Stone Sentinel
8. In The Underworld
9. Black Rider
10. The Last Battle
11. Kurbads

 
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