Recensione: Kwintessens

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Secondo disco per gli Olandesi Dodecahedron, seconda mazzata nei denti, secondo ottimo risultato sulla lunga distanza. Non vi sono stravolgimenti e variazioni da segnalare rispetto al precedente, omonimo, album che oramai dista ben cinque anni dal questo freschissimo “Kwintessens”; una band che non bada molto alla forma canzone ci lascia alla fine con un caos interiore colmo di derivazioni sonore e visive. I Paesi Bassi negli ultimi anni stanno portando alla luce nuove e valide realtà che non mancano di dire la loro in campo estremo, dove band più o meno estrose stanno facendo capolino mese dopo mese e di certo i Dodecahedron ne fanno parte.

I nostri oggi ci forniscono un album che prende in pieno dal primo capitolo, rispetta i canoni formalmente riconosciuti al gruppo in sede compositiva e gli dona una verve nettamente più jazz-oriented rispetto al recente passato, una rivisitazione leggermente più "improvvisata" e sperimentale. Quella dose di post-black che nel primo capitolo prendeva spunto dal nulla etico per esplodere in un impeto di furia cieca oggi esiste ancora, ma sotto una luce differente diventando più matura e coerente verso la sua natura. Echi di quelle grandi realtà chiamate Mayhem (dell'epoca moderna), Deathspell Omega e Blut Aus Nord prendono voce in questo capitolo, andando a ridimensionare tutto su un chiave più estrosa, ancora più cacofonica, tendente quasi alla non musica. Potremmo percepire l'interezza di “Kwintessens” quale un grande ed immensio unicum dove una jam-session organizzata (“Tetrahedron”) sfocia in un desiderio di distruzione puro. Il black metal si unisce all'oramai onnipresente proto-drone (“Hexahedron”) che mischia le carte in tavola un volta ccomodati; la sensazione di essere di fronte ad un album che potremmo definire di transizione va per la maggiore. Sia chiaro la strada che questi ragazzi hanno intrapreso è affascinante ma manca ancora quel lampo di genio che riesca a fare emergere a pieno la loro anima autolesionista. La sperimentazione e l'estro che viene riscontrato della strumentale 'Interlude' ci fa capire come i nostri hanno la creatività perfetta per questo genere e le basi per costruire un luminoso futuro, ma in alcuni ambiti quali 'Dodahedron' la sensazione di qualcosa lasciato per strada ristagna silenziosa. Anche la produzione stenta a far esplodere il fitto tessuto musicale, proponendo in molti passaggi un appiattimento delle versatilità solamente accennate. Consciamente si può ipotizzare uno stordimento, quasi un fastidio a fine corsa dopo i primi ascolti poiché entrare in un mondo come questo fatto di dissonanze e prese di posizione atipiche, quasi ad andare contro il grande libro del black, non è da tutti, ma diamo a Cesare quel che è di Cesare. Questi ragazzi sono bravi, molto bravi.

Confermiamo dunque l'ottimo status di salute dei Dodecahedron, che riescono ancora una volta, per la seconda di fila, a centrare il bersaglio attraverso un album strutturato e realizzato con genio e (ir)razionalità Una band che conosce ciò di cui sarebbe capace ma che ancora stenta a decollare, che il terzo fatidico disco sia la volta buona? Tutti lo speriamo ma ad oggi questo è un ennesimo ottimo album di black sperimentale, tendente all'avanguardismo puro che manda a quel pese la struttura canzone per giocare a scacchi col destino dell'ascoltatore. Istrionici.

 
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