Recensione: À l'Âme Enflammée, l'Äme Constellée...

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Sono passati all’incirca sei anni da quando il progetto black metal sperimentale dei Gris ha fatto uscire il suo secondo album, “Il etait une Foret”. Durante l’estate del 2013 esce il loro terzo album, il doppio disco "À l'Âme Enflammée, l'Äme Constellée...", sotto l’egida di Sepulchral Productions. La formazione non cambia e rimangono i due solidi componenti, Icare, alla batteria, alla voce e al violoncello, Neptune al basso, alla chitarra e al violino. La copertina dell’album è affidata a nientemeno che Fursy Teyssier, il quale riesce a cogliere benissimo il dualismo profondo insito nella band.

Funge da introduzione il meraviglioso “L’aube”, con chitarre acustiche in primo piano, in un crescendo atmosferico che culmina in delle urla strazianti sovrapposte ad una melodia mediorientale con voce femminile. C’è uno stacco, momento di sospensione, ed emerge pian piano la prima canzone, “Les Forges”; dove lo scream abissale di Icare funge quasi da collante per più di dieci minuti di canzone. I momenti di tensione emotiva, che si sentono nelle parti melodiche si fondono alla perfezione con i riff melanconici, dall’attitudine quasi “depressive”. Si percepisce subito una ricerca musicale diretta ad oriente, una sorta di aurorale visione del black metal rivisitata dal duo canadese in maniera davvero eccellente. E ciò si percepisce ancor di più con il secondo intermezzo dal titolo chiaramente allusivo “Samsara”. Dove finisce il secondo pezzo, in un caldo, quasi desertico passaggio, emerge il terzo: un richiamo dal profondo lento e preparatorio. C’è un qualcosa dei Tool nel brano “Igneus”, in particolar modo nei groove di batteria e nella voce di Icare ed allo stesso tempo nelle partiture di chitarra di Neptune. La volontà di trascendere se stessi tramite la musica, di superare ogni tipologia di black metal esondando in qualcosa di ulteriore riesce appieno in questo brano forse più che negli altri. Uno stacco con cori ed atmosfere quasi mistiche culmina nel tipico blast beat e nella ferocia assurda delle chitarre distorte. I Gris propongono continui cambi, quasi sinusoidali nell’incedere, dalla calma alla rabbia, e riescono in quello che era il loro scopo originario: “The balance between joy and despair”. Si prosegue con “Dil”, forse il miglior pezzo della prima parte dell’album, con un lungo arpeggio di chitarra acustica iniziale che scoppia in un’atmosfera decadente e molto à-la Alcest, soprattutto per l’incedere delle chitarre.

Finisce all’improvviso, il primo cd del platter, che inizia in maniera fantastica il secondo con “Moksha”, ovvero la liberazione, il concetto cardine di diverse correnti mistico-religiose indiane. Neptune e Icare, fanno suonare violini e violoncelli in maniera quasi disperata, sembrano richiamare un dolore e al contempo una vera a propria salvezza dell’anima mentre lo scream abissale ritorna imperterrito a lacerare l’udito con disperazione inaudita. “Seizieme Priére”, inizia con la tranquillità più assoluta, una pace che viene ben presto rotta a favore di un’esplosione d’energia e ferocia, per poi ricalmarsi e riaccendersi, in quello che sembra un inseguimento continuo tra queste due anime gemelle della band; costrette ad rincorrersi, a lottare in uno stesso corpo. Forse è proprio questo il brano che rende più l’idea dell’intero proposito della band.

Qui t’ailent encore au corps du ciel

vos mains jointes d’une èternelle ètreinte

etranglèes ensemnle feu infini

A l’ame enflammèe, l’ame constellèe

Respondent des dèsert e des cendres

Une dèrniere alchimie

De l’Amour qui Meurt en toi

Naitre l’Angèliques des Silences

Si prosegue con un altro intermezzo dal sapore mediorientale dal titolo “Sem”, forse ciò che più impressiona per il senso di world-music a cui la band sembra aver dato così peso. La rabbia e la dimensione occidentale ritorna con tutta la forza nel penultimo pezzo, “Une èpitaphe de suie”, dove ritornano preponderanti le chitarre e la batteria, ritorna la rabbia e la calma altalenanti. Quando le chitarre sono acustiche, la voce di Icare si ascolta di sottofondo e la dimensione più intima, il richiamo doloroso degli strumenti ad arco, ritorna a far sentire quel tratto strettamente decadente dei Gris. Anche questo pezzo conferma quindi l’altissimo livello dell’album proposto. A conclusione dell’album è posto l’ultimo pezzo e forse il più bello in assoluto, ovvero “Nadir”, con i cori che danno quel giusto senso veramente trascendentale, di superamento del “solo” corporeo, i Gris mirano a colpire nel cuore e soprattutto nell’anima. Il duo canadese sottolinea la dualità, e cerca l’equilibrio in questa opera ambiziosa, forse addirittura troppo ambiziosa.

Cette nuit est laide, vide et sale

De flammes mortes et de peines vomies

Alors, puisse le chant de nos Cris

Èveillers les ètoiles, au Coeur consumè

Au crepuscule du monde

Arracher le sable des Larmes

L’ascoltatore si ritrova tra le mani qualcosa di assolutamente sperimentale, una perla di metal estremo dal carattere strettamente occidentale, ma che guarda con interesse alle concezioni mistico-religiose orientali. Il sound complessivo merita sicuramente di essere ancora rielaborato per permettere una fusione migliore delle sue svariate componenti. Davvero eccellente per quel che riguarda la parti di chitarra e in particolar modo gli intermezzi acustici dal carattere così intimo. Gli strumenti ad arco, per quanto ulteriormente sfruttabili, giocano un ruolo chiave nel rendere la giusta atmosfera. L’unica arma a doppio taglio, con cui i Gris hanno avuto il coraggio di mettersi in gioco, è proprio lo scream di Icare; esso sì, è caratteristico e feroce al punto giusto, tecnicamente ineccepibile, ma alla lunga risulta essere in contrasto netto con lo sperimentalismo complessivo dell’album. I Gris cercano un dinamismo musicale ed uno sperimentalismo, che premia questo grande album, uno dei migliori in assoluto dell’anno e non solo, ma che poteva superare ogni limite se fosse stato reso più omogeneo. L’ascoltatore si ritrova in un’impasse musicale, da cui non si può uscire, un gruppo black metal che cerca di assimilare influenze da molteplici correnti: la musica classica e l’atmosfera mistica orientale. L’eterogeneità è un valore che può essere apprezzato in questo "À l'Âme Enflammée, l'Äme Constellée...", ma che in ambito musicale risulta cozzare troppo con la ricerca orientalistica che il gruppo si propone, tanto che sembrano convivere due anime contrastanti nello stesso corpo, un’anima sperimentale ed un’anima infiammata, insomma: un’anima in tempesta. 

 
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