Recensione: Lady of the Lake

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Terzo disco? D’accordo, non è possibile conoscere tutte le realtà musicali della nostra beneamata penisola, ma non depone certo a mio favore perdermi due dischi per strada. Come parziale e tardiva scusante della mia ignoranza posso solo addurre motivazioni di natura stilistica: il doveroso approfondimento sulla band che procede ogni recensione, infatti, ha rivelato che la stessa si destreggiava con sonorità decisamente meno metal di quelle contenute in questo “Lady of the Lake”: i due precedenti album, infatti, si muovevano in territori certamente più medievaleggianti, in cui i nostri si dedicavano prevalentemente a reinterpretare brani altrui in salsa celtica.

Salvato in corner l’onore, è ora di tornare al presente e di analizzare questo nuovo capitolo della discografia della band friulana. La presentazione è davvero ottima: una bella copertina fa mostra di sé su un cartonato piuttosto curato, contenente tutte le informazioni che possono interessarci, testi e foto in primis.  Un punto a favore di questi ragazzi, soprattutto considerando che il CD è stato autoprodotto. D’altronde, basta vedere quante volte si sono esibiti dal vivo i nostri per capire che credono molto in questo progetto musicale. Chi ben comincia, si sa, è a metà dell’opera, ma è tempo di proseguire con l’esame dell’album affrontando il suo aspetto fondamentale; ovviamente, mi riferisco a quello sonoro.

I nove pezzi contenuti nel terzo disco della band vedono un certo irrobustimento a livello strutturale, con una maggiore propensione all’utilizzo dello strumento elettrico e una scossa di adrenalina per quanto riguarda la potenza della voce e della sezione ritmica. Il risultato è a metà strada tra i primi Within Temptation e i Blackmore’s Night. Nonostante in passato i nostri fossero più inclini a donare un’anima acustica ai propri lavori, il bilanciamento con la controparte amplificata è più che soddisfacente; il cambio di rotta, pertanto, non è stato di certo azzardato. Tutte le canzoni sono piuttosto orecchiabili e si lasciano ascoltare con gran piacere, complice una produzione pulita e un buon equilibrio nella scelta della scaletta. I brani attingono a piene mani da un retroterra culturale di netto stampo celtico, che caratterizza sia i testi, sia la matrice esecutiva. A impreziosire il tutto, una cover  tratta dalla produzione più recente dei già citati coniugi Blackmore e una messa in musica di una delle numerose canzoni contenute all’interno dell’epopea de “Il Signore degli anelli”.

Mi pesa, dopo aver sciorinato lodi fino ad adesso, dover puntare il dito contro quello che è, a mio avviso, il maggior punto di debolezza dell’intero CD: l’originalità. Pur risultando decisamente gradevoli all’orecchio, i nove segmenti che compongono questo terzo opus non brillano per la loro capacità di scostarsi in maniera netta da quanto già sentito all’interno di altri progetti simili. E questo, francamente, è un gran peccato. L’interrogativo d’obbligo, a questo punto, dovrebbe vertere sugli obiettivi che questi ragazzi hanno intenzione di perseguire: sono già un buon gruppo; per diventare grandi, gli manca solo qualcosa che li faccia brillare rispetto a chi li circonda.

I Corte di Lunas sono stati una piacevole scoperta e non ci sono dubbi sulla loro dedizione alla causa. Sono arrivati a essere un’ottima band di genere senza particolari aiuti esterni. Trovando qualcuno in grado di coltivarli a dovere, potrebbero fare quel salto di qualità che, di certo, meriterebbero. Nel frattempo, posso solo suggerir loro di continuare a lavorare su quanto hanno già ottenuto, consolidando le loro capacità e investendo quante più energie possibile nella ricerca di una forma più personale.

Ho perso i primi due dischi ma, sicuramente, non commetterò lo stesso errore con il quarto.

Damiano “Kewlar” Fiamin

 
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