Recensione: Land

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Niente da fare. I segni di cedimento c'erano già stati, la speranza era che si trattasse di un moto di vertigine dovuto al repentino salto su Napalm Records. I fatti parlano diversamente. Nati come band di culto, fautrice di una proposta ardita ed elitaria, i Týr hanno recentemente ottenuto un certo successo, visibilità, recensioni su riviste internazionali, consacrate tra gli altri da un tour a fianco dei veterani Amon Amarth. Nel frattempo, buona parte dello spirito degli esordi è stato perso per strada, e non siamo affatto sicuri che il cambio abbia giovato alla giovane band delle isole Fær Øer.

Rispetto a ‘Ragnarok', capace peraltro di raccogliere parecchi consensi, ‘Land' rinuncia a qualche libbra di prog per rispolverare l'almanacco delle canzoni popolari che già avevano fornito la materia prima per quel gioiellino di ‘Eric The Red'. Tale circostanza, unita al ritorno in grande stile dei testi in lingua norrena, potrebbe lasciar presagire un sound più vicino alla spontaneità del folk e quindi più immediato e scorrevole rispetto a quello del predecessore. Niente affatto. ‘Land' è pesante, pesantissimo, e macchinoso, macchinosissimo – anche più di ‘Ragnarok'.

L'ascolto procede con difficoltà fin dal principio. Gli arrangiamenti, scarni e crudi, non riescono a ravvivare un connubio fra temi tradizionali e heavy metal che mai era apparso tanto ostico. Pur mantenendosi su estensioni relativamente contenute (perlopiù fra i quattro e i cinque minuti), le tracce avanzano lentamente, trascinate da riff secchi e monocordi, decisamente impegnativi da digerire. Anzi, paradossalmente è proprio nei due pezzi di maggiore estensione che emergono le idee più efficaci: la title-track in particolare presenta variazioni interessanti nelle linee vocali e un paio di giri di chitarra di buon impatto. Ma non basta a rendere scorrevole un album che al minimo calo di attenzione si avvicina pericolosamente al baratro della noia. La melodia fatica a procurarsi spazi utili con continuità, e persino il motivo popolare recuperato nell'intro di ‘Valkyrjan' ottiene l'effetto paradossale e controproducente di richiamare alla mente i Kamelot e la loro hit ‘Forever', che di quel tema fecero uso decisamente più proficuo. Il ritorno, l'ennesimo, del classico conclusivo ‘Hail To The Hammer', originariamente pubblicato su ‘How Far To Asgard' e già riproposto nella ristampa di ‘Eric The Red', dal canto suo altro non fa che rendere ancora più evidente il divario fra il passato rigoglioso e un presente sempre più arido.
 
Ora il bilancio non deve comunque diventare esageratamente severo. Di buono restano i lampi di luce offerti dai soli, sempre di buon gusto, e i cori – vero e proprio marchio di fabbrica dei Týr, utili per trarsi d'impiccio quando le idee tendono a cristallizzarsi e il riffing da solo non saprebbe rendere il brano accattivante. Peraltro, appare chiaro che ‘Land' non è stato messo insieme in quattro e quattr'otto, ma è frutto di una pianificazione attenta e ragionata (pure troppo, semmai è questo il problema). Soprattutto, a suo favore depone l'eccentricità della proposta, pressoché unica del suo genere, aliena a stereotipi e soluzioni facili o banali. Con i loro dischi i Týr hanno infatti imboccato una strada difficile e del tutto personale e di questo, in un contesto musicale in cui sempre più spesso ci si trova ad avere a che fare con i cloni dei cloni dei cloni, bisogna rendere loro atto.

Qualcuno potrà dire insomma che la ciambella non è riuscita col buco, ma se non altro è una ciambella dal gusto molto particolare. Che ciò basti a convincere altri che non siano i fan più sfegatati ad aprire il portafogli, è tutto un altro paio di maniche.

Riccardo Angelini

Tracklist:
1. Grandkvaedi Trondar
2. Sinklars Visa
3. Gatu Rima
4. Brennivin
5. Ocean
6. Fipan Fagra
7. Valkyrjan
8. Lokka Tattur
9. Land
10. Hail To The Hammer

 
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