Recensione: Larger Than Death

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A distanza di quattro anni dal precedente “No Limit To The Evil” tornano sul mercato gli americani Zero Down. Il quinto album della loro carriera, iniziata nel 2002, si intitola “Larger Than Death” e, come il predecessore, si affida a un artista come Ed Repka (già all’opera con Megadeth, 3 Inches of Blood, Death, Misfits) per quanto afferente i disegni di copertina. Le affinità fra i due dischi non finiscono però qua: è ancora la Minotauro Records di Pavia a licenziare il loro lavoro che vede la luce solamente nella sua versione in vinile, a livello “fisico”. Quindi niente Cd, per intenderci.       

Il prodotto si fa notare per via della cover, estremamente curata e che riesce a dare il meglio di sé per via della confezione a due ante apribile. Una roba d’altri tempi, senza dubbio, che va a solleticare gli aficionados della musica dura, quelli che manco prendono in considerazione le varie declinazioni liquide del suono, figlie di download e derivati vari, ma amano il supporto reale, tangibile, l’odore del vinile appena scartato e, nella fattispecie, rimirare il quadro di Repka nella sua interezza cartonata a 33 giri a doppia facciata.  

I cinque metaller di Seattle confermano la formazione del disco precedente a allineano, rispettivamente: Lenny Burnett (chitarra), Matt Fox (chitarra), Ron E. Banner (basso), Chris Gohde (batteria) e Mark “Hawk” Hawkinson al microfono, l’uomo dall'ugola acida quanto serve. Essi vengono rappresentati tramite degli ottimi ritratti in bianco e nero all’interno della parte destra della confezione gatefold di “Larger Than Death”, per mano di Mike Tidwell.

Intransigenti erano quattro anni fa e intransigenti rimangono ancora oggi, gli Zero Down. Le cronache li riportano, in passato, come support act di Accept, Diamond Head, Uli Jon Roth, Udo, UFO, Y&T, Raven, Michael Schenker Group, Paul Di’Anno e Motley Crue e la loro fornitura di Metallo non si discosta più di tanto da quanto prodotto sino ad ora.

Dieci sono i pezzi proposti, così come fatto con “No Limit To The Evil” e si inizia davvero alla grande con “High Priestess”, il primo del lato “A”, in linea con quanto si faceva ai tempi nei quali il solo vinile – o la musicassetta – rappresentava il supporto fisico della musica prodotta. L’opener è uno schiaffo in pieno viso di Acciaio incandescente nel solco dei Judas Priest, corroborato dall’ugola presa in prestito dal Punk più selvaggio di Hawkinson, dotato di un timbro che ricorda quello del nostro Maurizio “Angus” Bidoli. Riffoni di chitarra accompagnati da cori azzeccati e ripetuti a sorreggere l’impianto del pezzo che si rivelerà, anche dopo ripetuti ascolti, come l’highlight dell’album. Già, perché a partire dalla successiva “Mean Machine” il grado di ripetitività del songwriting dei Nostri si impossesserà dei restanti brani del primo lato dell’ellepì, senza fornire ulteriori spunti di rilievo, sebbene il gradiente di potenza espressa risulti notevole. Giro di 180° del vinile e nuova tornata aperta da “Western Movies”, pezzo che riporta ai Fingernails di cui sopra. Anche in questo caso le sorprese stanno a zero per qualche successivo passaggio fino a che irrompono le note, per certi versi liberatorie, di “Horns”. Un brano ove il ribollire dell’Acciaio straclassico la fa da padrone e i sussulti metallici si susseguono, con un “tiro” degno di un mix ben riuscito fra gli Scorpions periodo “Blackout” e conterranei Running Wild. Un bel colpo di reni da parte dei cinque metal veteran di Seattle, che con questo pezzo posto in chiusura spostano decisamente all’insù l’asticella di “Larger Than Death” che va a porsi un gradino sopra il suo predecessore “No Limit To The Evil”.

Se gli Zero Down nel prosieguo del loro cammino riusciranno a mettere da parte gli evidenti limiti legati alla mancanza di personalità che talvolta si palesano in maniera brutale all’interno del loro songwriting saremo a parlare di una band che effettivamente è riuscita a fare un salto di qualità tale da poter guardare dritto negli occhi chicchessia. Il loro heavy metal, sebbene ben prodotto e roccioso all’ascolto, figlio quindi di una rispettabilissima attitudine, per decollare per davvero probabilmente abbisognerà di un nuovo, ulteriore, capitolo discografico. Quantomeno è quello che auguriamo al gruppo Usa che altrimenti, utilizzando una tracimazione calcistica, rischia di rimanere nelle tranquille zone di metà classifica a vita.        

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

 

ZERO DOWN CEMETERY

 

 

 
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