Recensione: Last Act Of Defiance

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Le Stagioni del Lupo hanno avuto inizio nei tardi '80, quando la band ha prodotto tre demotape per poi acquietarsi fino alla metà degli anni '90. L'esordio, omonimo ed indipendente, è del 1996, da allora sono seguiti altri 4 album, sparpagliati in un ventennio, con svariati cambi di line-up a condire le fatiche di questi eroi floridiani del metallo. Oggi stanno per arrivare il nuovo album, "Last Act Of Defiance", e prossimamente la (ri)stampa per la prima volta su CD dei demo originariamente distribuiti solo su cassetta (....erano gli anni '80, baby). Anzi, per la verità "Last Act Of Defiance" è ufficialmente fuori già da qualche giorno. Per quanto insomma il gruppo non sia di primo pelo (...) va anche detto che i Seasons non hanno certo conosciuto la ribalta glamour platinata e continuano sostanzialmente a muoversi ed a poter essere considerati una realtà underground a tutti gli effetti. Il nuovo album va inquadrato quindi in questo contesto, anche e soprattutto sotto l'aspetto produttivo, oltre al fatto che a livello stilistico i nostri si affidano completamente a percorsi sonori ampiamente rodati, codificati e schematizzati da qualche decennio a questa parte. Magari sono rimasti semplicemente fedeli alla musica che ascoltavano sin da quando hanno mosso i primi passi ed oggi sono stoicamente compatti nel riproporcela, con la stessa indefessa convinzione. Largo al lupo allora.


"Last Act Of Defiance" si abbevera di molti stilemi cari al metalhead più ortodosso e tradizionale. Tra i suoi solchi possiamo cogliere riff debitori della nwobhm ("Solar Flare"), accenti US power metal ("Desert Night Sky", "Take Us To The Stars"), metallo classico sempre e comunque vigoroso ed incandescente, non di rado bagnato di epicità guerriera e stentorea ("Be Careful What You Wish", "Centuries Of Pain", "Drifter", "Fools Gold"). Tutti affluenti che non scorrono a compartimenti stagni nelle vene della band ma che si rimescolano incessantemente, senza soluzione di continuità. A loro modo tuttavia i Seasons Of The Wolf cercano di variare ed insaporire la pietanza, aggiungendovi qualche ingrediente "altro", che conceda una punta di inaspettato a chi si pone all'ascolto. "Another Day" ad esempio (che rischia seriamente di concorrere per il miglior brano in scaletta) è una intensa "power ballad" di grandi atmosfere e suggestione; la successiva strumentale "Dark Stratosphere" è un intermezzo lisergico e un po' alieno, come del resto l'azzeccato titolo lascia presupporre. "No More Room In Hell" e la conclusiva title track sono due momenti accesi e violenti, in odore di thrash metal, un po' come piaceva fare ai Manilla Road della seconda metà degli anni '80, quando epic metal e thrash si incontravano sulla linea di confine. "No More Room In Hell" in particolare potrebbe quasi essere un inedito di qualche session di registrazione dei Nuclear Assult; fateci caso, per quanto paradossale possa sembrare, ditemi se non è così. Il singer Wes Edward Waddell è una sorta di incrocio tra David Wayne ed una versione meno rancida e scorticata di Udo Dirkschneider, mentre per quanto riguarda i suoi band-mates agli strumenti, nonostante tutto il bene che se ne possa dire va registrata una certa legnosità di esecuzione che di tanto in tanto affiora e che andrebbe oliata con più cura.


I Seasons Of the Wolf, pur all'interno di binari tutto sommato abbastanza irregimentati, ci provano a non cadere proprio proprio nel banale e nel prevedibile senza se e senza ma. Non sono una band di mostruoso talento, non hanno e non avranno mai la capacità di sparigliare dei The Lord Weird Slough Feg, la muscolarità erculea degli Omen o la freschezza rinnovatrice 2.0 degli Enforcer, tanto per citare qualche nome random, tuttavia la schiettezza, l'onestà e la dedizione del loro mestiere traspaiono con evidenza dagli sforzi profusi in "Last Act Of Defiance" e, a mio avviso, vanno premiate, pur con la consapevolezza che la band è una fra le tante, non la migliore, non la peggiore, ma comunque in grado di regalare tre quarti d'ora circa di piacevole e ruspante metallo, all'insegna della nostalgia e della solidità.


Marco Tripodi

 
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