Recensione: Legacy

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Dopo cinque anni di attesa tornano sulle scene i tunisini Myrath. La band capitanata dal chitarrista Malek Ben Arbia, grazie a un disco come Tales Of The Sands edito nel 2011, si è rivelata una delle più grandi sorprese uscite negli ultimi anni, una formazione in grado di portare una ventata di freschezza che da tempo mancava. Una ventata di freschezza caratterizzata dalla capacità di mescolare alla perfezione, come mai nessuno è stato in grado di fare prima, il metal alla musica araba (legata alla scuola magrebina), diventando, di diritto, uno dei punti di riferimento di quel movimento meglio noto come oriental metal.

 

La nuova fatica dei cinque tunisini si intitola Legacy (eredità), traduzione inglese di Myrath. Una sorta di album omonimo che mette subito in evidenza quanto la band di Ez-Zahra tenga alla propria cultura, come se avvertisse la responsabilità di rappresentare una nazione, un'area geografica conosciuta ai più per motivi di tutt'altra natura, una natura che non trova interesse e non deve avere spazio in queste righe. La musica, quindi, diventa per i Myrath una sorta di strumento, un veicolo attraverso cui esportare la tradizione di un'area che, fin dall'antichità, è stata crocevia di diverse culture e tutt'ora, essendo uno dei principali porti del Mediterraneo, risulta uno dei paesi arabi più aperti alle tradizioni e agli influssi esterni. Questo concetto doveva esser sottolineato per permettere di comprendere quanto il quintetto tunisino creda nel proprio operato, quale convinzione spinga i cinque ragazzi a superare le difficoltà che hanno incontrato, e che incontreranno, durante il proprio cammino in modo tale da poter continuare a vivere il sogno iniziato nei primi anni 2000, un sogno chiamato musica. Un concetto che, forse, rappresenta il vero significato di quell'eredità cui i Myrath, più che mai con questo disco, fanno riferimento.

 

Legacy è la naturale evoluzione di Tales Of The Sands e i Myrath, con quest'album, rimarcano il diritto di esser considerati un riferimento in quel movimento oriental metal citato in precedenza. L'album è curato al dettaglio, a partire dalla produzione affidata, come da tradizione per la band tunisina, alle sapienti mani di Kevin Codfert. Già dal primo ascolto è facile notare la maggior attenzione data alle melodie, in particolare ai ritornelli sempre efficaci e in grado di entrare in testa, ipnotizzando l'ascoltatore, già dal primo ascolto. Grande merito va dato a Zaher Zorgati, dotato di una voce incredibile a metà tra Khan e Allen, e del suo personalissimo modo di cantare. Il singer mescola nelle sue linee vocali il tarab e melodie di chiara concezione occidentale, mescolando allo stesso tempo inglese e arabo nei testi. Per comprendere meglio l'importante lavoro svolto dal cantante, bisogna aprire una porta ed entrare in quell'immenso e affascinante salone chiamato “cultura araba”. Infatti, se andiamo ad analizzare il termine tarab, scopriamo che deriva dal verbo tariba che significa "essere commosso da gioia o da dolore", "andare in estasi, essere incantato, turbato, agitato, scosso", ed è quindi legato a quell'arte di modulare la voce cercando di rendere vivo il testo che si sta interpretando con l'obiettivo di incantare l'ascoltatore. In un certo senso la massima forma espressiva per un cantante. E infatti, è proprio Zorgati a fare la differenza in ogni singola traccia, rivelandosi autentico mutrib - termine attraverso il quale si definisce la figura non del cantante ma del vero e proprio interprete -, assoluto valore aggiunto della band tunisina. Un'altra componete che balza subito all'attenzione è la maggior presenza nelle composizioni delle tastiere di Elyes Bouchoucha, atte a integrare la componente metal del sound dei Myrath con le scale modali (maqamat) proprie della tradizione araba.

 

Inoltre, come dicevamo, Legacy, rispetto agli altri full length della band, presenta una maggiore attenzione alle melodie permettendo di inserire nuove influenze nel sound dei Myrath, arricchendolo con elementi rockeggianti, come se il combo di Ez-Zahra cercasse di ampliare la platea a cui rivolgere la propria proposta. Un tentativo che non snatura assolutamente la personalità del quintetto tunisino, basta ascoltare il singolo Believer (di cui potete vedere il video qui) per rendersi conto che ci troviamo al cospetto di un album dalle fortissime potenzialità. La canzone incarna alla perfezione quanto fin qui detto e, assieme alla successiva Get Your Freedom, rappresenta l'apice compositivo di Legacy. Come già successo per il precedente Tales Of The Sands, risulta quasi inevitabile, per l'intensità delle composizioni e per la forte componente emotiva presente in ogni singola traccia, fare un parallelo con i Kamelot di The Black Halo.

 

Continuando l'ascolto del disco ci imbattiamo in un'altra perla, la splendida Nobody's Lives, dalla marcata componente araba, sia per quanto riguarda le musiche che il cantato. Spiccano, inoltre, autentiche gemme come The Needle, Through Your Eyes e Endure The Silence. Ma, ascolto dopo ascolto, è facile notare che in Legacy, rispetto a Tales Of The Sands, qualcosa viene a mancare. Viene meno, infatti, quella magia che contraddistingueva il disco del 2011. Il nuovo full length risulta meno spontaneo, meno istintivo. Dà l'impressione di esser un lavoro curato in maniera maniacale rivelandosi, però, più staccato rispetto all'illustre predecessore. Inoltre, un paio di tracce in meno avrebbero sicuramente giovato all'economia del platter, permettendo una miglior distribuzione delle canzoni, evitando quindi di avere una prima parte del disco estremamente convincente ed una seconda parte leggermente meno efficace.

 

Come considerare, quindi, Legacy? Come un disco dall'indiscutibile valore, un album che conferma le grandissime potenzialità dei Myrath, un lavoro che permetterà al quintetto tunisino di acquisire nuovi fan. Certo, come detto in fase di analisi, manca quella spontaneità che aveva reso unico il precedente full length ma la qualità di questa quarta fatica è innegabile. Legacy si rivela come un disco maturo, caratterizzato da un songwriting efficace, vincente, in cui la prolissità presente nei primi due album è ormai dimenticata. I Myrath sono a tutti gli effetti una realtà del presente, uno di quei nomi che comporranno e segneranno il futuro della musica a noi cara. Se vogliamo che nella scena metal possa prender piede un ricambio generazionale, che ci possa essere un futuro dopo i “dinosauri”, dopo i nomi che hanno scritto la storia del genere, dipende soprattutto da noi ascoltatori, dalla nostra voglia di valorizzare quei gruppi che hanno la capacità di dire qualcosa di personale, quei gruppi capaci di portare la ventata di freschezza nominata in precedenza. Ecco, i Myrath rappresentano questo. Ora, il passo successivo, spetta a voi.

 

Marco Donè

 

 
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