Recensione: Legacy of the Dark Lands

inserito da

23 anni sono passati da quando Hansi Kürsch e André Olbrich hanno iniziato a lavorare a questo album.
La premessa già fa tremare, un album che ha richiesto tanto tempo per vedere la luce causerà delle aspettative altissime: l’album sarà valso l’attesa? Sarà ciò su cui abbiamo fantasticato per anni?
C’è da dire che i due musicisti non hanno lavorato esclusivamente a questo disco per gli ultimi più di vent’anni, dal 1996 sono usciti cinque album in studio, due live, una compilation con pezzi risuonati e rilavorati, un box-set, vari remaster e la band è ovviamente stata in tour in supporto di ogni disco.
Per di più, come hanno spiegato i musicisti stessi in varie interviste, dopo l’idea iniziale di scrivere un album orchestrale… i due hanno dovuto imparare come farlo!
Una cosa è registrare un album Metal con chitarra, basso, batteria, tastiera e voce, ma scrivere musica per un’orchestra intera è ben diverso, e anche convincere un’etichetta a stanziare il budget necessario non dev’essere stata un’impresa facile.

Fatta questa premessa per capire i motivi che hanno portato ad un’attesa tanto lunga, andiamo a vedere cosa ci troviamo per le mani con “Legacy of the Dark Lands”.
Il disco viene pubblicato dalla Blind Guardian Twilight Orchestra, un nome utilizzato da Hansi e André per sottolineare come questo sia ancora un disco dei Blind Guardian (e, con tutte le differenze che andremo a sottolineare, si sente), ma anche un progetto separato: d’altronde al disco hanno lavorato solo i due membri sopracitati, Marcus Siepen e Fredrik Ehmke (e prima di lui Thomen Stauch) non hanno contribuito in alcun modo all’album, e degli strumenti che tradizionalmente troviamo su un disco dei Bardi c’è solo la voce di Hansi.
Parlando della storia raccontata abbiamo ancora una novità per la band tedesca: se normalmente il cantante ha sempre scritto i testi, spesso basati su libri di autori come Tolkien, Robert Jordan e Micheal Moorcock, questa volta la storia è stata proprio scritta da Hansi insieme allo scrittore Markus Heitz facendo diventare il disco un seguito del libro “The Dark Lands”.

Arriviamo quindi a parlare della musica, che a colpo d’occhio può sembrare molto abbondante guardando la tracklist composta da 24 tracce.
In realtà le canzoni vere e proprie sono la metà, undici più un’overture, ed il resto sono intermezzi (posti sempre tra una canzone vera e l’altra) in cui i personaggi parlando portano avanti la storia. Questo può ricordare “Nightfall in Middle-Earth” che anche presentava molti intermezzi, ma non è l’unica cosa che rimanda all’album tanto amato dai fan. Dai primi secondi del primo intermezzo, infatti, qualunque fan riconoscerà in un attimo le voci che parlano: si tratta infatti degli stessi attori che recitarono più di vent’anni fa sul sesto disco del gruppo. I più maliziosi la vedranno come una mossa di marketing fatta per giocare sulla nostalgia dei fan, ma possiamo anche credere facilmente che Hansi e André abbiano deciso di rivolgersi agli unici attori con cui abbiano mai registrato degli intermezzi, e con successo (dopo tutto a chi non scappa un brivido sentendo “The field is lost, everything is lost…”?).
La prima traccia è un’overture, non per nulla chiamata ‘1618 Ouverture’, che inizia a creare l’atmosfera cinematica partendo piano, delle inquietanti voci che risuonano nell’oscurità che lasciano spazio agli strumenti e ad un ritmo sempre più imponente, e ci catapulta nella storia. Inizia lentamente per introdurre poi gli elementi bombastici che caratterizzano l’intero album, si evolve poi in ‘The Gathering’, il primo intermezzo, che ci conduce a ‘War Feeds War’, la prima canzone vera e propria di “Legacy of the Dark Lands”.
Un crescendo di vari strumenti introduce finalmente la voce di Hansi che, come con l’ultimo album, “Beyond the Red Mirror”, ci sorprende per la sua potenza e controllo; il cantante inizia piano, quasi dolcemente, ma poi cambia tono esplodendo nella parte centrale dove è accompagnato da un coro imponente, solenne, emozionante: forse solo quando lo sentiamo cantare "the seventh sign reveals the end" ci rendiamo conto di essere finalmente davanti all'album atteso da così tanti anni, e che album grandioso!
Già da questa prima canzone si capiscono le intenzioni del disco: la musica è una perfetta colonna sonora, ma abbastanza elaborata da poter essere un disco a sé, godibile come disco dei Blind Guardian.
Dark Cloud’s Rising’ rallenta il passo, ma presenta sempre una struttura elaborata e dinamica che ci fa viaggiare fino a ‘In the Underworld’ che coi suoi toni oscuri ed i cori dai ritmi accelerati ci catapulta in questo tenebroso underworld con una canzone dal sapore molto Metal. Segue ‘The Great Ordeal’ che inizia molto solenne e contiene grandiosi cori che ricordano alcuni dei pezzi più bombastici degli ultimi album della band.
Si arriva a ‘In the Red Dwarf’s Tower’, uno dei brani con la performance più notevole di Hansi che passa da parti quasi sussurrate, a cori bombastici e più “urlati”, ad una voce graffiata e potente: quando arriva a cantare “First I was a little insecure, but I don’t think that anyone or anything could ever be like me…” va su e giù di tono, per scoppiare in un urlo in una parte di pura giocoleria vocale.
Treason’ mette da parte il dinamismo dei pezzi precedente e mantiene un andamento un po’ più statico, in una canzone quasi cantabile nel senso più classicamente blindguardianesco del termine e lascia il posto a ‘Point of No Return’, il primo singolo pubblicato, canzone quasi Prog con i suoi continui di atmosfera e ritmo.
Usare questo pezzo come singolo è stato un azzardo perché, se un album del genere andrebbe ascoltato tutto di seguito, probabilmente sarebbe stata più azzeccata la scelta di un brano più diretto e dal ritmo meno discontinuo come la successiva ‘Nephilim’.
La canzone, sicuramente più facile da assorbire da subito, inizia con degli archi dal suono dolce che introducono un coro e la voce di Hansi calma, lenta che procede accompagnata da un arpa prima di entrare nel vivo della canzone che alterna momenti più veloci, potenti percussioni e cori che supportano la voce del cantante.
Harvester of Souls’ suonerà familiare ai fan dei Blind Guardian: la canzone altro non è che ‘At the Edge of Time’, pezzo incontrato nell’album precedente, meno gli strumenti elettrici e col testo cambiato.
Non dubitiamo che il brano scatenerà gli ascoltatori più polemici, “Hanno riciclato una canzone vecchia”, “Hanno finito le idee”, ma se il pezzo era ottimo in versione elettrica (ed era sicuramente uno dei pezzi più orchestrali di ‘Beyond the Red Mirror’, ne avevamo proprio parlato con Marcus Siepen intervistandolo qualche anno fa), anche in questa nuova veste puramente orchestrale funziona benissimo e si incastra alla perfezione dell’album.
A concludere l’album troviamo ‘This Storm’, secondo singolo pubblicato, canzone che fa un uso molto “cinematico” dell’orchestra e dove Hansi mostra ancora una volta tutta la sua versatilità, e ‘Beyond the Wall’.
L’ultima canzone comincia riflessiva, un coro angelico ed il cantante che parla (un’altra “prima volta” nella storia della band tedesca) prima di iniziare a cantare “Let this story end…”: per concludere l’album abbiamo un brano che riassume un po’ tutto quello che abbiamo sentito nell’ora precedente tra esplosioni di orchestra, potenti cori, un Hansi che passa da una voce sussurata, pulita a cantare quasi in scream e complesse evoluzioni nella musica.

Arrivati al termine, dopo un’ora ed un quarto, possiamo dire che Hansi Kürsch e André Olbrich sono riusciti nel loro intento di creare un album orchestrale che suonasse Blind Guardian senza i classici strumenti suonati dalla band, una colonna sonora che può essere ascoltata come disco a sé senza neanche conoscere la storia (“The Dark Lands” di Markus Heitz è uscito in tedesco ed è disponibile anche in inglese solo da qualche giorno, ma il disco è assolutamente godibile anche senza averlo letto), un disco che offre dei picchi altissimi con brani come 'War Feeds War', 'Dark Cloud's Rising', 'In the Red Dwarf's Tower' e 'Treason' (per chi scrive, i momenti più alti di "Legacy of the Dark Lands").
L’album sicuramente non è per tutti, anche la band lo sa, ma i due hanno voluto ugualmente seguire la propria creatività e vena artistica e già solo questo merita rispetto.
Se pensate che Hansi dovrebbe riprendere a suonare il basso, che Thomen dovrebbe tornare alla batteria e che i Blind Guardian sono morti dopo l’uscita di “A Night at the Opera” (o magari anche prima) questo album difficilmente farà per voi.
Il disco però non è una sorpresa, è la continuazione assolutamente naturale del percorso che i Bardi di Krefeld hanno seguito quasi da sempre, da quando hanno introdotto le melodie più marcate di “Tales from the Twilight Hall”, le tastiere di “Imaginations from the Other Side” e le orchestrazioni di “Nightfall in Middle-Earth” sviluppate sempre più negli ultimi anni.
Non crediate però che questo sia semplicemente un disco degli ultimi Guardian a cui hanno tolto le parti Metal: ‘Harvester of Souls’/’At the Edge of Time’ è una rara eccezione e pochi altri brani, o spezzoni di questi in realtà, funzionerebbero altrettanto bene in versione Metal; l’album si regge in piedi da solo, e aggiungere elementi elettrici finirebbe per fare più male che bene.
Ora che il lato orchestrale della band ha raggiunto la sua massima espressione, un album completamente orchestrale, i Bardi si sposteranno su altri lidi? “Ieri è storia, domani è un mistero…” dicono gli inglesi, cosa sarà dei Blind Guardian lo scopriremo solo all’uscita del prossimo album “regolare”.
Nel frattempo possiamo dire che “Legacy of the Dark Lands” è un gioiello: un album imponente, complesso, assolutamente Blind Guardian pur essendo molto diverso da un disco tradizionale della band.
Un album non per tutti, ma che chi apprezzerà lo farà senza mezze misure.

 
83