Recensione: Legends of the Grail

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Sapevo che “Legends of the Grail”, secondo album dei francesi Fenrir, mi sarebbe piaciuto fin da quando ho posato gli occhi sulla copertina; forza, dateci un’altra occhiata anche voi: esiste forse qualcosa di più evocativo, di più adatto per entrare nell’atmosfera arturiana accennata nel titolo di un castello avvolto dalla rada foschia che si alza da un lago coronato di picchi montuosi?
I nostri fanno folk metal, di quello arioso, bucolico e cinguettante che sembra fatto apposta per risollevare il morale dopo una giornata stressante, pescando direttamente dal ciclo gallese di racconti arturiani per quanto concerne i testi e il concept generale dell’album. Entrando un po' più nello specifico, i nostri mescolano abilmente chitarre graffianti ma non troppo con un comparto folk tutto violini e flauti dal profumo decisamente celtico e molto brioso: per la verità, la componente metal viene ogni tanto sovrastata da quella folk, ma in ultima analisi la miscela funziona, garantendo un buon bilanciamento tra le anime del gruppo e una digeribilità elevata. Giusto per delimitare, almeno per per sommi capi, il terreno su cui si muovono i Fenrir, li potrei paragonare ai Cruachan dei primi anni del nuovo millennio: quelli di “Pagan” o giù di lì, quando la voce principale era quella femminile e le harsh vocals entravano in scena solo di tanto in tanto. E qui, mi spiace dirlo, va rilevata la nota dolente dell'album: il suo comparto vocale. Sebbene la voce angelica ed eterea di Elsa riassuma abbastanza bene l’atmosfera celtica e cavalleresca di “Legends of the Grail”, in più di un’occasione ho notato in essa un’impalpabilità – puntellata ogni tanto dal provvidenziale ingresso dei cori di supporto – che ha inficiato la resa finale di alcune tracce (un esempio su tutti la comunque superba “Camelot”, tra l’altro la mia canzone preferita dell’album nonostante tutto, che però con un po’ di spinta vocale in più sarebbe stata spettacolare). Dove invece i Fenrir fanno centro è nel creare atmosfere mistiche, solari e propositive, profumando ogni traccia con un caleidoscopio di sfumature diverse per donare a ogni traccia dolcezza, eleganza, gioia, fomento e classe, a seconda delle necessità. Ogni canzone di “Legends of the Grail”, infatti, pur essendo legata organicamente alle altre possiede linee guida ben precise, e ciò permette all’album di scorrere in modo eccellente senza mai annoiare.

Le danze si aprono sulle note cupe di “A Legend Begins”, intro d’ordinanza che per mia fortuna sparisce in meno di un minuto e mezzo. Violini e fiati tessono melodie che si fanno via via più pompose e solenni, fino a cedere il passo a “A Red Sun Rises” traccia ritmata dall’intenso retrogusto bucolico in cui si mette in luce fin da subito l’abilità del gruppo nel miscelare riff e melodie celtiche, coronando il tutto con la già citata voce angelica di Elsa e confezionando così una bella opener. È ora il momento dell’arrembante e gioiosa “Camelot”, che con le sue melodie di violino e atmosfere solari (ottimamente sorrette da un reparto metallico molto bilanciato) si candida a far parte dei miei ascolti (e non solo dei miei, ne sono certo) per molto tempo a venire, soprattutto ora che ci si avvicina alla bella stagione. Una melodia sbarazzina introduce “Sir Gawain and the Green Knight”: il brano, che parte con un sapore classicamente folk, acquista consistenza durante la strofa più scandita, per poi alleggerire di nuovo il tono durante il ritornello. Le chitarre tornano a farsi sentire nella decisamente più agguerrita “Conquest of Britain”, durante la quale i nostri tirano fuori la grinta e si lanciano in un pezzo arcigno e graffiante, solo saltuariamente alleggerito dalla voce cristallina di Elsa. La furiosa accelerazione centrale, durante la quale lo screaming si impadronisce della scena, dura giusto il tempo di una frustata, per essere poi sostituito dai violini nella sezione solista. Il finale più solenne apre alla successiva “The Fisher King”, ballata trasognata e malinconica che si carica di pathos durante il ritornello: melodie romantiche ed eteree sorreggono una voce limpida, per un brano suadente che si candiderebbe tranquillamente al secondo posto nella mia classifica di gradimento dell’album se non fosse seguito da “Brocéliande”, strumentale di tre minuti e mezzo che, nella sua semplicità, fa terra bruciata intorno a sé. La melodia portante di violino prende corpo durante lo sviluppo della traccia grazie all’ingresso degli strumenti elettrici, pur mantenendo una leggerezza e un brio notevoli. Solo una sfuriata improvvisa spezza l’incanto, ma tutto torna al suo posto in men che non si dica, con le chitarre di nuovo a sostenere gli svolazzi del violino. Con la successiva “The Son of Pendragon” le sei corde tornano a graffiare, anche se sempre marcate strette dal violino, confezionando una traccia variegata, dall’impronta più diretta ma comunque dal marcato retrogusto folk. I ritmi e le velocità si fanno frammentarie, cangianti, con sporadici rallentamenti e brevi accelerazioni. La pausa centrale innalza il livello di maestà del pezzo, che poi prende la rincorsa per una brusca accelerazione che ospita l’ottima sezione solista. Il ritorno della maestà in tempo per il finale apre a “La Dame du Lac”, altro pezzo in cui le caratteristiche dei nostri si miscelano ottimamente, col cantato francese e il violino che contendono la scena agli strumenti elettrici, più dinamici e aggressivi, donando alla traccia un bell’equilibrio. Si continua con le tracce grintose  con “Morgane”, canzone dai ritmi più arrembanti in cui il cantato in francese dona quella dolcezza che serve per ammorbidire le chitarre, di nuovo presenti e padrone della scena. Un’atmosfera leggermente più tesa apre “Mordred”, traccia scandita in cui i nostri smorzano il brio che li ha contraddistinti fino ad ora per dare al pezzo un’impronta più drammatica. In realtà il pezzo è forse il meno riuscito del lotto, risultando a mio avviso troppo sottotono, senza veri guizzi. Chiudono l’album le placide note di “Mists of Avalon”, outro strumentale in cui torna a far capolino l’atmosfera malinconica già incontrata in precedenza, che i Fenrir utilizzano per prendere commiato.

L’ascolto di “Legends of the Grail” ha confermato i miei presentimenti: l’ultimo nato in casa Fenrir è sicuramente un bell’album, elegante e atmosferico, che nonostante una certa carenza di incisività in alcune parti si porta a casa il risultato grazie ai numerosi tocchi di classe e al gran gusto per le melodie, risultando così appetibile anche ai non avvezzi al metallo.

 
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