Recensione: Legions

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Puntuali come la Morte, soggetto sistematico delle loro copertine da "B.A.C.K." (1999) ad oggi, tornano in pista i danesi Artillery con il terzo disco in cinque anni (più precisamente uno ogni due anni): “Legions”.

Non è assolutamente facile dopo più di trent'anni di carriera avere questa costanza mantenendo una certa ispirazione, ma il combo di Taastrup ci ha ormai abituati a uscite decisamente sopra la media, caratterizzate da composizioni che talvolta sfiorano l'eccellenza. Compito ancora più delicato dovendo gestire l'uscita di un cantante come Søren Nico Adamsen, il quale, pur non essendo riuscito mai del tutto a rimpiazzare affettivamente l'inarrivabile Flemming Rönsdorf (specie tra i fan della prima ora), è senza dubbio in possesso di una delle voci più interessanti nel panorama thrash odierno. Per non parlare dell'abbandono, passato un po' più in sordina ma altrettanto determinante, dello storico drummer Carsten Nielsen.

Ammetto perciò di aver guardato con una certa diffidenza a questa uscita - nonostante l'affetto incondizionato che provo per questa band - in parte scoraggiato anche dal video in anteprima della title-track. Non tanto per la canzone in sé, quanto per lo stile del nuovo entrato Michael Bastholm Dahl, riconducibile più a sonorità power metal che thrash (e quindi meno graffiante dei suoi predecessori, Rönsdorf in primis), specie in occasione del ritornello. Se - da fan - mi fossi fermato all'anteprima, tuttavia, mi sarei perso varie altre sfumature nel suo modo di cantare e soprattutto un album non eccelso ma estremamente godibile. Non si può trascurare, infatti, oltre alla nota positiva della buona versatilità del nuovo cantante, il fatto che a garantire il trademark del gruppo con il loro stile inconfondibile ci pensino sempre i due chitarristi (nonché fratelli) Michael e Morten Stützer. I quali dimostrano di essere muniti ancora oggi di più di un asso nella manica da poter giocare al momento opportuno. In misura leggermente minore, parte del merito va anche a Peter Thorslund, bassista entrato nel gruppo ai tempi di "By Inheritance" in occasione del passaggio da basso a chitarra di Morten, poi sempre al fianco dei due fratelli, ad eccezione del solo "B.A.C.K".

Il primo asso lo calano subito in apertura, con “Chill My Bones (Burn My Flesh)”. Una traccia affascinante dal flavour mediorientale, nella quale si riconoscono immediatamente i tratti distintivi del tipico 'stile-Artillery'. Eppure, allo stesso tempo, è un brano che ci conferma quanto la band sia sempre alla ricerca di soluzioni differenti (vedi per esempio l'uso del violino in apertura) per garantire una certa evoluzione al songwriting, rimanendo comunque coerenti con il proprio modo di concepire la musica. In questa occasione non giocano a fare i cattivi a tutti i costi e il ritornello catchy modulato in stile Rob Lowe (Solitude Aeturnus, Candlemass), innestato su delle trame articolate e più ragionate che aggressive, risulta vincente. Così come è di grande effetto il gran lavoro delle chitarre, specie nei molteplici soli.

Non mancano comunque gli episodi in cui mettere in mostra i muscoli, come la successiva “God Feather”, “Wardrum Heartbeat”, “Anno Requiem” o la conclusiva “Ethos Of Wrath”, alternando momenti da scapocciamento compulsivo con passaggi un po' più ordinari, per non dire meno ispirati. Lo standard, a scanso di equivoci, è mediamente alto (basterebbe per fare la fortuna di un qualsiasi gruppo poco più che debuttante), solo che da un moniker prestigioso come quello degli Artillery ci si aspetta sempre quel lampo di genio in più, quel cambio di passo che fa la differenza. L'ordinarietà, del resto, non è mai stata nel loro DNA e lo dimostrano una volta di più (per assurdo?) quando escono dagli schemi canonici del thrash. La grandiosità di un pezzo come “Global Flatline” ne è la miglior controprova. Partenza cupissima con un riff spudoratamente doom, seguito da un bell'arpeggio sulla strofa che ci traghetta fino all'evocativo refrain, sono gli ingredienti di un brano che sembra rifarsi in qualche modo ad alcuni dei migliori spartiti usciti dall'inventiva di Tony Iommi e dei Black Sabbath dell'era Tony Martin. Ma è solo un sentore, dato che la personalità non è mai mancata loro, nemmeno in questo caso, e riemerge prepotentemente sulla bruciante accelerazione posta circa a metà dei sei minuti abbondanti. Così come sui validi intrecci di chitarra che ci riportano dagli assoli all'arpeggio iniziale, per chiudere la canzone come era iniziata. Altro brano magistrale poi è la (semi)ballata “Enslaved To The Neither”, caratterizzata da una prestazione maiuscola del nuovo entrato Bastholm Dahl e da un'altra bella cavalcata centrale, anche se in questo caso non si può parlare di vera e propria accelerazione, dando questa volta per scontato l'eccellente apporto dei due fratelli Stützer.

Si difendono piuttosto bene, senza però particolari acuti, anche con un brano leggermente atipico come “Doctor Evil”, basato sul contrasto tra l'accattivante melodia di fondo e le sferzate thrashy e con “Dies Irae”, sorta di brano celebrativo della propria carriera (vedi testo) con un ritornello che ci riporta ai cori di “Terror Squad”.

Insomma, al netto della solita prova egregia dei due portabandiera del gruppo, della buona prestazione del nuovo batterista Joshua Madsen e dell'innesto destinato a far discutere maggiormente del nuovo cantante, “Legions” si rivela un disco che non sfigura all'interno della discografia degli Artillery. Grazie soprattutto alla buona varietà di soluzioni sperimentate che lo fanno diventare un lavoro molto eterogeneo e ad alcuni episodi decisamente convincenti, che potrebbero quasi bastare a giustificarne l'acquisto. Certo, complessivamente siamo lontani dai fasti del passato e la parabola della loro carriera appare in fase discendente, ma si può dire che i Nostri abbiano ancora le carte in regola per smentire questa mia ultima affermazione in futuro, specie quando si saranno definitivamente assestati dopo gli ultimi cambi di formazione. Perciò non resta che aspettare e nel frattempo goderci “Legions” per quello che effettivamente è: un buon lavoro.

Orso “Orso80” Comellini

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