Recensione: Lessons In Decay

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Una rovente colata di sano Hard Rock trasuda da ogni solco di “Lessons In Decay”, secondo tassello discografico confezionato dai teutonici Helldorados.

Brani semplici e divertenti costituiscono la carta vincente di un lavoro dinamico e piacevole: una linea stilistica che rimane fedele a quanto già proposto con l’interessante debutto.
L’energia che il gruppo è in grado di sprigionare è subito posta in evidenza dalla rasoiata di “Seven Deadly Sins”, opener furiosa, stradaiola e alcolica, che riesce ad unire sapientemente lo spirito tipicamente Hard Rock di ZZ Top e Skid Row con alcune venature Thrash che potrebbero rievocare i primissimi Metallica (quelli di “Kill Em’ All”), in un ritornello violento e melodico, interamente strutturato su velocità elevate. Perfetta in questo caso, una sezione ritmica precisa e potente.

Sonorità classiche degli anni ’80 e contaminazioni maggiormente recenti, dominano l’anima della seguente “In For The Kill”, nella quale il gruppo si diverte a mescolare riff taglienti tipicamente Heavy a melodie semplici ma d’impatto, riconducibili al sound degli Offspring, per un risultato finale in grado di mantenere l’opera su buoni livelli qualitativi.
Sono poi i britannici Saxon ad essere elevati a muse ispiratrici nelle note della potente “By The Progress”, contraddistinta da un chitarrismo spietato, su cui si stagliano le crude armonie vocali interpretate con maestria dal bravo singer Pierre, la cui timbrica vocale sembra spesso riportare alla mente la tanto amata (quanto ormai purtroppo perduta), ruvida voce di James Hetfield dei primi anni ’80.
 
Poco dopo, il combo teutonico dimostra nuovamente di sapersi destreggiare con disinvoltura anche su sonorità più spensierate e tipicamente Hard Rock con la bella “The Devil Takes Hindmost”, traccia che arriva a scuotere l’ascoltatore trasportandolo in un vortice di divertimento: al culmine, ecco un refrain ruvido ed orecchiabile, preceduto un guitar solo breve ma di ottima fattura. La sottolineatura del valore tecnico di una band che con il proprio sound adrenalinico - costantemente in bilico fra passato e presente - si dimostra sempre “in palla” pure con la semplice “Anytime, Anywhere”, la quale abbandona le sonorità Heavy ascoltate in precedenza, per avvalersi di un sound maggiormente morbido ed ugualmente efficace, che ha  ritornello easy listening il proprio punto di forza.
La successiva “Let Us Play” risulta ancora saldamente ancorata ad un Heavy Rock frenetico, condito da un magistrale riff chitarristico, che ne costituisce la principale spina dorsale.

L’anima dei Metallica aleggia ancora nelle note della rabbiosa “Megalomaniac” che, come altri episodi di questa seconda release, offre un refrain diretto e ficcante.
È sempre la melodia a controllare la scena nella ragionata “Wake Up Dead”, episodio che riesce nel compito di mantenere viva l’attenzione, esattamente come accade nella più sostenuta “To Live Is To Die”, un omaggio palese – almeno nel titolo - al celebre brano strumentale presente nello storico “…And Justice For All” del 1988, che i Metallica composero per onorare la memoria del grande Cliff Burton.

“Something Sweet” incarna ancora alla perfezione la classica anima Hard Rock, di icone come Skid Row, Ratt e Twisted Sister: dopo questo ennesimo omaggio alla decade d’oro degli anni ’80, il quartetto tedesco, decide inaspettatamente di concludere questo secondo album con la melodica “We Won’t Back Down”, nella quale addirittura possono essere ascoltati echi dei Green Day.
Un finale atipico che quasi snatura il sound di un prodotto comunque di qualità, adrenalinico e dinamico.

A parere di chi scrive, “Lessons In Decay” avrebbe meritato forse un finale più in “linea”: resta comunque un album di tutto rispetto, da considerare senza timore dai seguaci di certo hard rock frizzante e spensierato.

 

 

 
75