Recensione: Life on Death Road

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Se tutto il disco fosse stato al livello del brano d’apertura – la terremotate title track “Life on Death Road” – avremmo probabilmente avuto per le mani il capitolo migliore in assoluto della cospicua produzione di Jorn.
Quell’album tanto atteso, che da anni dovrebbe rappresentare la svolta definitiva nella carriera di un artista dalle doti canore tecnicamente ed espressivamente eccelse, sempre attestato su picchi qualitativi più che discreti ma, in pratica, mai proiettato oltre i confini di una “buonissima sostanza”, in cui riconoscere valori al solito interessanti, lontani però da quell’empireo riservato alle opere da tramandare ai posteri.
Non ci siamo ancora. Ma diciamolo con certezza: questa volta il massiccio e corpulento singer norvegese ci è andato più vicino del solito.

Al dodicesimo capitolo discografico in veste solista, il buon Jorn ci riprova rivoluzionando in parte la line up della band ad accompagnarlo, per lanciare uno sguardo laddove sentirsi tutto sommato più a proprio agio. 
Alla ricerca, cioè, della radice del suono heavy rock, di quelle ispirazioni che da tempo erano apparse latitare in buona parte, cristallizzate in cliché ripetitivi e sempre uguali a loro stessi, capaci, negli anni, di sfornare solo una serie di album un po’ in fotocopia – piacevoli ma tutt’altro che memorabili – oppure qualche scialbo remix e tributo alle proprie muse fondamentali (da dimenticare, non ultimo per le polemiche che ne fecero seguito, il tribute album a “Dio”).

Via quindi ad un revival ottantiano a “tutto tondo”, vitaminizzato nella forma di una produzione moderna, ma decisamente old style nello spirito e nell’approccio, con risultati, dopo tutto, migliori del previsto.
Come sottolineato in apertura, l’incipit di questo “Life on Death Road” fa a davvero a cazzotti con il cielo degli dei del rock. Il motivo è presto detto e si ricava da una data: “1987”.
A molti con ogni probabilità, sarà sopraggiunto un breve sussulto nell’ascoltare il modo in cui sono state amministrate le chitarre dall’ottimo Alex Beyrodt, guitar player già di Primal Fear, Silent Force e Voodoo Circle: il ponte diretto con il John Sykes di un certo album leggendario di tali Whitesnake e tutto fuorché impressione passeggera. Il sentore, infatti, è che lo stile tempestoso, furibondo e totalizzante delle chitarre scolpite a fuoco nel grande “album bianco” sia una sorta di faro guida nella composizione di questo nuovo cd made in Jorn
Gli assolo ed i riff di chitarra, insieme alla voce sempre extraordinaire del singer nordico, sono la componente migliore del cd: talora tracimanti potenza ed iper-vitaminizzati, ricordano da vicino nei suoni, nelle tonalità, nell’impeto, le svisate proprio di Sykes e l’ugola di Coverdale, nella loro massima espressione di metà-fine anni ottanta.

Certo è che, con un pezzo come “Life on Death Road” è subito facile farsi illusioni, pensando al tanto sospirato capolavoro.
Così purtroppo non è: proprio la caratteristica base del disco si rivela, alla lunga, esserne il limite principale. I brani, salvo qualche rara eccezione, sono tutti parecchio piacevoli e appaiono benedetti da buon gusto e sapienza esecutiva (una line up, del resto, che garantisce massima efficacia ed affidabilità), ma non possono proprio non risultare in qualche modo derivativi e costruiti di “riflesso”, omaggi “de-luxe” alla grandeur di band anni ottanta (diciamole in fila: Whitesnake, Blue Murder, Ozzy Osbourne, Dokken e Dio) che hanno fatto la storia.
“Hammered To The Cross”, “Love is the Remedy”, “The Optimist”, “Fire To The Sun”, “Dreamwalker”, “Blackbird” sono pezzi che valgono ripetuti ascolti e non mancano di regalare momenti di alto hard rock, ciò nondimeno, l’idea che qualcuno, prima, abbia già fatto e codificato tutto quanto permane ad ogni secondo, rendendo concreto un curioso effetto “nostalgia-paragone” che ingabbia ed incatena il disco nella sua interezza.

Insomma, un graditissimo revival in cui le sorprese sono poche, ma in cui abbondano comunque qualità, piacere di ascolto, grandi assolo ed una voce – al solito – da Dio dell’Olimpo (una qualifica che abbiamo attribuito a pochissimi altri in passato). 

Il filotto non è ancora completo, la soddisfazione stavolta è notevole ma non è ancora definitiva.
Lo sforzo è stato degno di nota, i risultati si vedono e si sentono, la voglia di creare un album finalmente “migliore” – come dichiarato dallo stesso frontman, all’opera per ben due anni su questa nuova fatica – è palpabile.
Ma per arrivare “lassù”, dove risiedono i padri, gli “dei” vagheggiati e sognati da Jorn, serve ancora qualche passetto.

Al prossimo giro ci aspettiamo finalmente il tuo “capolavoro” mister Lande
Non accetteremo nulla di meno…

 

 
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