Recensione: Lifeblood

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Sempre più spesso le informazioni contenute nelle biografie che accompagnano i promo tendono a enfatizzare alcuni aspetti della musica proposta, forse troppo orientate a folgorare l'ascoltatore con slogan e paragoni azzardati anziché a fornire informazioni utili per una corretta valutazione del prodotto. Nel caso degli svedesi Blackshine leggo che il disco potrà essere apprezzato da tutti gli amanti di artisti come Bruce Dickinson, U.D.O., Lacuna Coil e Sentenced, a voler indicare alcuni riferimenti stilistici che si presume troveranno spazio all'interno di questo Lifeblood. Dico subito che la proposta di questi ragazzi scandinavi ha poco a che fare con le band appena citate. Essendo la prima volta che ascolto un loro lavoro, che per la precisione è il terzo della loro carriera (i precedenti, Our pain is your pleasure e Soulless & Proud furono rilasciati rispettivamente sotto le insegne della GUN e della SPV), mi sorge il dubbio che le band sopra menzionate abbiano influenzato i Blackshine nei dischi precedenti perché, torno a  ripetere, in Lifeblood le coordinate stilistiche vanno a parare da tutt'altra parte.

Nelle informazioni generali ho indicato la musica contenuta in questo CD come heavy, consapevole tuttavia di dover specificare meglio questa indicazione sommaria: si tratta di un heavy metal molto serrato e veloce dalla forte connotazione thrash per via di ritmiche e riffs chitarristici taglienti e grezzi. I brani sono tutti piuttosto quadrati e compatti senza lasciare spazio a digressioni strumentali di sorta. La voce del cantante Anders Strokirk, che si occupa anche della chitarra ritmica, è perfettamente in linea con gli stilemi classici del genere, per cui appare molto grezza e viscerale, lontana anni luce dalla pulizia d'esecuzione tipica del power melodico. per fare un esempio. Delle band citate nella biografia riscontro una leggerissima somiglianza con i Sentenced, anche se dal mio punto di vista la band che più mi ricordano i Blackshine sono i Dark at Dawn dell'ultimo omonimo lavoro. Come per questi ultimi, anche in Lifeblood emerge vagamente un'atmosfera dark di fondo ottenuta senza ricorrere ad inserti di tastiere ma semplicemente agendo sulle linee armoniche che suggeriscono melodie cupe e oscure.

A fronte di una buona tecnica dei singoli membri e di un'ottima produzione impostata su settaggi che pongono in evidenza le trame chitarristiche, il giudizio complessivo su questo CD non può andare oltre la sufficienza. I brani in sostanza si assomigliano un po' tutti mostrando evidenti pecche in fase di songwriting, la creatività latita e la mia personalissima sensazione è che questo avvenga non per mancanza di qualità ma perché si è consapevolmente scelto di percorrere strade già battute senza avventurarsi in soluzioni che avrebbero richiesto maggior coraggio. In sostanza è stato svolto il compitino assegnato senza avere premura di condire il tutto con un pizzico di personalità che possa colpire veramente l'ascoltatore. L'altra impressione è che al di là dei primi pezzi in scaletta, abbastanza validi sotto il profilo dell'impatto sonoro, delle atmosfere create e delle melodie sviluppate, basti pensare all'opener Cure in the shape of Noise o alla terza traccia Lifeblood che sembra estratta dall'ultimo Darkat Dawn, il resto delle composizioni mostra evidenti cali di tensione per il continuo plagio di se stessi il che appare stucchevole ed ingenuo. Altra traccia da salvare è Born a denier col suo riffone thrash alternato a parti atmosferiche che lasciano spazio al singer di cimentarsi su linee vocali pulite e oscure, così come Burn the world nella quale si registra il tentativo di Anders Strokirk di variare la propria impostazione vocale e di alternare riffs tipicamente thrash a fraseggi più ricercati e mediati. Le altre song non danno spazio ad ulteriori considerazioni oltre a quanto già detto. Aggiungo solo che nelle tracce più aggressive e veloci la timbrica del cantante ricorda molto l'ugola rauca e malata di Lemmy.

Non me la sento di sconsigliare l'acquisto di questo CD per una ragione deontologia di fondo: una recensione non è altro che un insieme di valutazioni proprie di chi la scrive, e come tale va considerata, in primis dal recensore stesso. Quindi a qualcuno questo Lifeblood potrebbe anche piacere. Io credo però che gli amanti delle sonorità descritte fino ad ora possano trovare altrove lavori più interessanti di questo.

Tracklist:
Cure in the shape of noise
Born a denier
Lifeblood
Stonefog
Powerghoul
Unbroken
Burn the world
Face the bastard god
Dwell in black
Second rate blasphemer
Denial of pain

 
60