Recensione: Lifeless God

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A cinue anni di distanza dal precedente full-length, ecco una nuova fatica per gli statunitensi Phobia. La band, attiva dal 1990, ha una discografia folta di split ed Ep, segno di un’attitudine underground. 

Il sound dei nostri è un grindcore che a tratti cerca di decelerare in un death decisamente sporco e distruttivo. Napalm Death e Nasum sono i nomi che saltano alla mente, per un sound che sin dagli albori ha mantenuto una certa coerenza, senza divagazioni, contaminazioni o sperimentazioni. 

Potremmo definire questa una delle realtà storiche del filone, pur non ravvisando quella vena di follia o marchio di fabbrica che invece altri, tra cui i sopra citati, hanno saputo mostrare.

I brani e la durata del disco manifestano la voglia di essere  diretti ed incisivi, senza andare oltre,  proprio forse per non cascare nella noia. La natura stessa degli artisti è questa, rabbia sputata in faccia con una semplicità e materialismo tipico anche dell’hardcore e del punk

Questi due ultimi aspetti si ravvisano in più punti, donando una certa sfacciataggine e potenza all’intero lavoro. “Lifeless God” non rivoluziona ma nemmeno scuote decisamente gli adepti del grindcore, restando una discreta uscita su cui contare se si vuole violenza e caos senza troppe pretese. 

Tributiamo allora rispetto ai Phobia, ormai certezze della scena estrema. Vi segnaliamo come proprio l’anno scorso siano rientrati nella band Danny Walker alla batteria e Bruce Reeves alla chitarra, interpreti navigati che hanno incontestabilmente dato nuova linfa e solidità al progetto. Se andate cercando avanguardistici lapilli qui non ne troverete, adagiandovi invece su un tappeto di morte e distruzione old school.

Stefano “Thiess” Santamaria

 
70