Recensione: Live in 1984 - Back To The Bone [CD + DVD]

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Riascoltare gli 'Snakes, per chi, come il sottoscritto, è cresciuto con il mito di David Coverdale impresso nelle orecchie è, sempre ed in ogni caso, un motivo di gioia massimo ed assoluto.
In qualsiasi versione, in qualunque modo, in ogni tipo di sfumatura.

Certo è che, dopo qualche periodo di stop ed al quarto live album ufficiale che la band “regala” ai propri fan (in negozio però, chissà come mai, “regalo” è una parola che tutti rifiutano di conoscere), un pizzico di tedio comincia ad emergere.
Accompagnato magari dagli inevitabili, pressanti e fatali dubbi sulla reale utilità dell’ennesimo disco con pezzi già arcinoti, suonati in modo più che riconoscibile, editi con la giustificazione di un anniversario (il trentennale dell’uscita di una delle pietre miliari del gruppo) e resi interessanti da una provenienza piuttosto remota nel tempo.

Che poi intendiamoci, gli 'Snakes del 1984 – epoca d’incisione di questo “Live in 1984 – Back To The Bone” – erano una forza della natura.
Freschi di pubblicazione dell’eccellente “Slide It In”, germoglio che avrebbe portato qualche anno più tardi alla release dell’immenso “1987”, il gruppo annoverava tra le proprie fila alcuni musicisti divenuti leggenda, in una line up che – come descritto dallo stesso Coverdale – oggi, a distanza di tre decadi, è scomparsa per la metà: gli indimenticati Cozy Powell, Mel Galley e “l’eminenza bianca”, Jon Lord, tre artisti straordinari capaci di segnare la storia dell’hard rock in modo indelebile, erano riuniti insieme al talentuoso John Sykes (il “vero” chitarrista dei Whitesnake) ed all’ottimo Neil Murray. E guidati, naturalmente, dalla magnificenza di un leader irraggiungibile come il solo ed unico David Coverdale (siamo partigiani, è risaputo…).
A sufficienza insomma, per definirla una “all star band”.

Non troppo lungo, asciutto nei contenuti e nemmeno sontuoso nella qualità audio, “Live in 1984” si presenta così, come una sorta di sguardo romantico e malinconico verso un passato che per buona parte non c’è più ed è, per ovvie ragioni, irripetibile.
Suoni che appaiono piuttosto datati ed un’atmosfera parecchio retrò, rendono questo ennesimo live di casa 'Snakes un documento che probabilmente potrà risultare appetibile ad una schiera non proprio vasta di ascoltatori, limitandone il numero agli implacabili e strenui fan (sì esatto, proprio come il sottoscritto).
L’evidente estemporaneità dell’uscita e l’apparenza vintage, non impediscono tuttavia l’emergere di quelli che sono comunque punti forti quasi “matematici” in uno show dal vivo di quando i Whitesnake giravano a pieno regime. Le performance sono eccellenti e la voce di Coverdale – senza alcun tipo di sovraincisione o aiuto in studio, nuda, cruda e pulita – appariva in piena forma, ruvida, selvaggia, incontaminata e senza appannamenti. Altri particolari che oggi, viste le recenti – stridule - apparizioni dello zio Dave, purtroppo sembrano appartenere ad un glorioso passato.

Il ripasso delle lezioni in hard rock di “Slide It In”, “Slow n’ Easy”, “Gambler”, “Guilty Of Love”, “Crying In The Rain”, “Ready An’ Willing” e del tormentone inarrivabile “Love Ain’t No Starnger”, offre sempre qualche momento d’emozione.
La testa inizia ad oscillare, il piede batte il ritmo ed il fluire delle note abbraccia i sentimenti, confondendo le date del calendario per favorire un salto nel tempo dal sapore agrodolce.

Non ne rileviamo l’utilità e, come detto, l’idea è che questa sia un’uscita “pleonastica”, buona per lo più al fine di mantenere sempre “vivo” un nome mitico che, speriamo, possa al prossimo giro offrirci finalmente qualcosa di nuovo. Ad ogni modo, il riascolto di vecchi classici e la visione di qualche filmato d’epoca (quelli inclusi nel DVD che completa l’uscita), conservano pur sempre un minimo di fascino collezionistico, riservando momenti piacevoli.
Certo è che, di un altro disco live, magari recuperato da qualche vecchio nastro in cui Coverdale “cantava due note più in basso perché aveva il raffreddore” (!) o variava leggermente l’acuto di “Crying in The Rain” “perché si era appena rasato ed il bruciore ne condizionava l’intensità vocale”, ora preferiremmo farne a meno.

Con l’arrivo di un nuovo ed abilissimo chitarrista in line-up, sarebbe il caso di metter in giro qualcosa di inedito. Vorremmo mica attaccare con le reissue dei vecchi album per farli suonare più potenti ed attuali…vero?

 

 

 

 
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