Recensione: Live Intrusion [DVD]

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Quella che finì tra le mie mani, più di due lustri fa, fu la prima volta in assoluto in cui i miei occhi increduli ebbero la possibilità di vedere in uno schermo televisivo quelli che per molti anni furono i miei idoli e i miei punti fermi in ambito musicale. “Live Intrusion” è stata, per quanto mi riguarda, la consacrazione, la sublimazione della musica che diviene immagine; il mortale colpo al cuore che lega una band ai ricordi più reconditi della giovinezza. Quella videocassetta era un oggetto da trattare con i guanti bianchi quasi fosse un cimelio di guerra o un fragilissimo vaso Ming. La violenza della musica, il fragore delle immagini - soprattutto nella fase iniziale dell’opera in cui si può assistere, in tutta la sua crudezza, all’incisione chirurgica del braccio del fan che finirà a fare da copertina al sottovalutato “Divine Intervention” - restano scolpite a fuoco nella memoria.

Sono poche (forse nessuna) le cose cambiate da quella VHS (1995) all’odierna pubblicazione in DVD (2010). Quello che è stato fatto, a onor del vero, è un semplice «riversamento» in un nuovo supporto. Niente, a colpo d’occhio, sembra essere stato ritoccato artificiosamente: la pessima qualità video è rimasta tale. Sovente le immagini appaiono «pixelate» e le sovra-esposizioni nelle alte luci (soprattutto durante le riprese della band alle spalle ma non solo) tendono ad abbagliare dando quel fastidiosissimo effetto di «tunnel di luce bianca» che alla lunga irrita, e non poco. Anche l’audio rimane pressoché tale e quale. Per fortuna lo sviluppo tecnologico in questi sedici anni ci è venuto incontro dandoci la parvenza di una migliore sonorità grazie alla tecnologia «home theatre»; ma di certo le nuove diavolerie in campo dell’intrattenimento domestico non possono rendere perfetto qualcosa che, in origine, perfetto non è. Le mancanze elencate, però, non fanno altro che regalare al DVD un alone ancor più vintage che ben si concilia con il lavoro emotivo fatto dalla memoria (se non altro per quanti hanno posseduto il videonastro).

“Live Intrusion” è un concentrato d’immagini che resteranno indelebili nella memoria: il fan a petto nudo che si erge insanguinato sopra la folla gridando «Slayer, Slayer» quasi in preda ad una visione mistica, il ragazzo con la faccia schiacciata contro la rete metallica, la testa di caprone esibita fieramente dal pubblico, Kerry King con fattezze umane prima della trasformazione... sono immagini che non si possono dimenticare facilmente! Per il resto, a dominare su tutto, è la musica marchiata a fuoco con il consueto timbro Slayer. Una partenza con “Raining Blood”, “Killing Fields” e “War Ensemble” è roba da far tremare i polsi. Un inizio così equivale, metaforicamente, a una sassata in pieno volto e questo gli Slayer lo sanno benissimo. Tom Araya è in forma stratosferica e dà il meglio di se: una voce così limpida, potente e cristallina sarà davvero difficile da ritrovare se non in una registrazione in studio. La macchina da guerra, con il nuovo artigliere Paul Bostaph dietro le pelli, macina ogni ostacolo con la potenza di un bulldozer senza freni. Nessun effetto speciale in casa Slayer: la musica proposta dai veterani del thrash statunitense basta e avanza. È curioso rilevare come Bostaph, subentrato al monumentale Dave Lombardo da qualche tempo in rotta con gli ex-compagni, sia presente nei primi due live con, apparentemente, due stati d’animo diametralmente opposti. Possiamo pensare a “Live Intrusion” come a una sorta di battesimo del fuoco ove il batterista di San Francisco prende in mano lo scomodo testimone, dimostrandosi musicista talentuoso perfettamente in grado di raccogliere la scottante eredità con autorevolezza e competenza. Al seguente “War At The Warfield” possiamo accostare un triste commiato dalla band dopo quasi nove anni (tralasciando volontariamente la sporadica comparsata di Jon Dette) e quattro album (più i succitati live), segnando il passo al ritorno del mai dimenticato batterista cubano. Dopo il trittico spaccaossa si prosegue con “At Down They Sleep”, in cui l’inciso tanto semplice quanto inquietante «kill» è gridato con tale violenza da essere vera e propria istigazione. Lo sguardo di Araya che sovrasta tutto il pubblico del Mesa Anphitheatre è quanto di più inquietante si possa trovare nel disco. Dopo la magistrale “Divine Intervention” si passa con estrema disinvoltura alla canzone in cui King si è voluto scagliare direttamente contro il conduttore radiofonico ultra-cattolico Rush Limbaugh; prendendo, di fatto, una ferma posizione contro i tele-imbonitori religiosi, a difesa della più totale libertà di pensiero (un po’ come fece Ozzy Osbourne nel lontano 1988 con la canzone “Miracle Man”). Passando per l’evergreen “Captor Of Sin” siamo catapultati nel folle incubo omosessuale di Jeffrey Lionel Dahmer, il celebre «Mostro di Milwaukee». Con “213”, il numero dell’appartamento del cannibale in cui violentò, uccise e divorò diciassette persone, entriamo nel mondo dei serial killer tanto caro ad Araya e soci. Dopo un breve spezzone di filmati registrati durante il tour, tra i quali spiccano le immagini grigie del gotico Duomo di Milano, tocca a “South Of Heaven” infiammare la folla. Un fan, forse troppo infiammato e ardito, riesce a salire sul palco. L’azione si svolge in fretta: pochi fotogrammi testimoniano il trattamento riservatogli dal frontman del combo californiano che, con un calcio (poi mimato ai compagni), lo fa volare giù dal palco tra le facce allibite della security e il ghigno malefico dello stesso Araya. L’ottima “Sex, Murder, Act” e l’immancabile “Mandatory Suicide” preparano la platea al consueto bagno di sangue di “Angel Of Death”; brano che, assieme ad un altro paio di pezzi, vale da solo il prezzo del DVD. “Hell Awaits”, canzone che riesce sempre a sorprendermi per la violenza e l’estrema attualità nonostante sia stata scritta nel lontano 1985, è legata magnificamente al brano precedente rendendolo un tutt’uno di nera, violenta magia thrash. Ad allietare presenti e avventori ci pensa Robb Flynn che, con l’ausilio dell’altro Machine Head, Chris Kontos, rende omaggio ai Venom con una “Witching Hour” cantata a squarciagola con il supporto di un Araya pressoché perfetto.

A conclusione “Chemical Warfare” mette la parola fine a settanta minuti d’inossidabile, intramontabile e inesauribile attitudine musicale. Poco importa se la qualità delle immagini o dell’audio non sono sempre all’altezza del nome della band. Questa resterà per sempre una pura e semplice dimostrazione di forza. Per ogni fan degli Slayer, questo DVD è un must da conservare gelosamente e da tramandare ai posteri.
Semplicemente, Slayer!

Daniele Peluso


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Track-list:
1. Raining Blood 4:23    
2. Killing Fields 3:56    
3. War Ensemble 4:51    
4. At Dawn They Sleep     5:03    
5. Divine Intervention 5:33
6. Dittohead 2:50    
7. Captor Of Sin 3:21    
8. 213 4:51    
9. South Of Heaven 4:58    
10. Sex, Murder, Art 1:50    
11. Mandatory Suicide     4:03    
12. Angel Of Death 4:50    
13. Hell Awaits    4:53    
14. Witching Hour 2:54    
15. Chemical Warfare 5:17    

All tracks 70 min. ca.
    
Line-up:
Tom Araya - Vocals, Bass
Jeff Hanneman - Guitar
Kerry King - Guitar
Paul Bostaph - Drums

 
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