Recensione: Living The Dream

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Dopo ben quarantotto anni di carriera, trenta milioni di album venduti e un numero incalcolabile di concerti dal vivo, gli Uriah Heep si ripropongono ai fans del rock duro con il loro venticinquesimo album in studio.
E, ancora una volta, ruggiscono come fossero giovanissimi leoni. Un risultato stupefacente per una band che, ai propri esordi, negli anni settanta del secolo scorso, non era propriamente coccolata dalla critica. Per una parte di essa, difatti, Mick Box e compagni erano solo fratellini minori di altre band più blasonate e, pertanto, semplicemente colpevoli di non essere grandi come Zeppelin, Sabbath e Deep Purple (come essi stessi, peraltro, ammettono). Va detto che, a volte, la critica musicale rock di un certo tipo sa essere alquanto miope, e solo la visione storica retrospettiva riesce a ricollocare il ruolo ed il valore di alcuni artisti nella giusta prospettiva. Così è avvenuto gli UH, la cui posizione nel novero dei più rispettati esponenti del classic rock non è minimamente in discussione da lustri, grazie anche alla tenacia e creatività di Mick Box, sempre prodigiosamente vive nel corso degli anni.

La qualità del nuovo lavoro non è una sorpresa, certamente, per chi ha avuto la fortuna di vedere anche recentemente dal vivo i cinque rockers, verificando come anche l’attuale line-up, coagulata, appunto, intorno al sempiterno axeman Mick Box (Phil Lanzon dietro ai tasti d’avorio, Bernie Shaw al canto, Russell Gilbrook alla batteria e Dave Rimmer al basso) sia una rodata macchina da guerra, straripante di forza e passione.
Gli Uriah Heep, insomma, alle soglie dei cinquant’anni di vita artistica,  continuano a vivere il proprio sogno artistico senza stanchezza, e “Living The Dream” è proprio il titolo del loro disco in studio numero 25 (uscito per Frontiers): un’opera  nella quale le dieci tracce presenti non fanno registrare alcun filler.
Per l’occasione, gli Uriah Heep hanno reclutato il noto produttore canadese Jay Ruston, del quale la band ha apprezzato il  lavoro svolto con Winery Dogs, Stone Sour, Black Star Riders, Paul Gilbert e Europe.

Tra le tracce del nuovo album ci sono, ovviamente, brani che sciorinano tutto il repertorio tipicamente hard/prog dei nostri beniamini. Living The Dream, ad esempio,  inizia con un coro a cappella ma si sviluppa come un midtempo tosto cui le tastiere conferiscono una connotazione epica nel finale,  e , insieme all’assolo centrale  di chitarra, si muovono tra suggestioni  hard e prog. Grazed By Heaven, ugualmente, propone  tutto ciò che vi aspettate dagli Heep: ritmo incalzante e tiro entusiasmante, il sapore vintage dell’ Hammond, i fulminanti assoli  della chitarra, le fughe inarrestabili  di tastiere che si inseguono, il canto energico e potente. Rocks In The Road, ancora, è una sorta di mini suite dall’incedere articolato: all’ inizio è un dinamico e scattante midtempo melodico e catchy tratteggiato da riff di chitarra e tastiera, quindi le tastiere disegnano un’atmosfera più sospesa, ed infine sei-corde, tasti d’avorio e ritmica chiudono la traccia in chiave hard prog.

Non mancano quelli che in altri tempi sarebbero stati gli  hit singles: Take Away My Soul è un uptempo catchy, orgoglioso ed energico,  cantato con fiero cipiglio ed in cui le tastiere imperversano vorticose mentre la chitarra fa sfracelli in coda . Sulla stessa onda si collocano  Goodbye To Innocence, più frizzante ed orecchiabile , e Falling Under Your Spell.

Un mood più sognante è, invece, quello offerto da  Waters Flowin’, una ballata affascinante, coinvolgente e con qualche umore folk, la quale inizia con suoni acustici e corali e poi s'apre con il plenum dei suoni della band al completo, e da Dreams Of Yesteryear,  pensosa e intensa semiballad dai toni nostalgici.
It’s All Been Said, ancora, è un brano complesso ed emozionante, in cui si alternano parti lente e dominate dal canto e poco più (piano, tastiere) e altre turbinose e mosse.

“Living The Dream”, in conclusione, mostra un’ energia sorprendente,  classe da vendere, un  Mick Box in gran forma, tastiere tanto vintage quanto entusiasmanti, un tiro della sezione ritmica degna di un gruppo ragazzini, una produzione di alta qualità al pari del songwriting.
Un album, insomma, che non mancherà di soddisfare gli ammiratori della band, la quale, intanto, ha annunciato l’ennesimo tour mondiale a  partire dal 2019.
E noi non vediamo l’ora di vivere il sogno ancora una volta insieme con loro anche dal vivo.

Francesco Maraglino

 

 
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