Recensione: LMO

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Era esattamente il 1995 quando i Rage, ormai avviati a entrare nell’olimpo degli dei del power metal, chiedono l’aiuto all’orchestra di Praga per un progetto ambizioso. Quel disco venne chiamato "Lingua Mortis" e fu ed è tuttora uno dei loro capolavori.
 
A distanza di diciotto anni, il trio decide di formare un’orchestra che abbia una sua identità e che si collochi autonomamente sul mercato metal. Riprendendo il nome di quel famoso disco, nasce così la Lingua Mortis Orchestra, che registrerà l’album “LMO”, avvalendosi però dell’aiuto dei Rage, non solo in cabina di produzione, ma anche come musicisti. L’album come ci si poteva aspettare, suona dannatamente Rage e questo disorienta, perché ci si sarebbe aspettati qualcosa di diverso dal trio tedesco, nonostante un elemento di novità non trascurabile sia riscontrabile fin dal primo ascolto: non ci sono pause tra le canzoni, come avveniva negli anni ’70 per gli album progressive di Yes, Genesis etc.
 
La formazione dei Rage è al completo e vede “Peavy” duettare con Dana e Jeanette. La timbrica molto diversa dei cantanti riesce nell’intento di fondersi perfettamente, emozionando soprattutto in “Lament” e “An Eye For An Eye”, anche se talvolta si sfocia nelle lande di un symphonic “pop” metal a volte un po’ stucchevole. Smolski dà il meglio di sé soprattutto in due canzoni che si distanziano in parte dallo schema Rage: “Cleansed By Fire”, che inizia con un coro da Medio Oriente e poi fonde cori e melodie medievali con le sfuriate chitarristiche à la Malmsteen, e “Oremus”, strumentale che ha dei passaggi chitarristici che ricordano molto i Pink Floyd. Basta pensare alla voce femminile che in qualche maniera riprende “The Great Gig In The Sky” (da "Dark Side of The Moon"). Hilgers, dietro alle pelli, riesce sempre a essere su livelli alti, pur dovendo stare attento a non sovrastare le parti orchestrali. Il resto dell’album riesce nell’intento di emozionare, pur non distaccandosi molto dal gruppo originario, come dicevamo. “Scapegoat” e “Devil’s Inside” in particolar modo, anche se la seconda si distingue per un duetto che l’orchestra riesce ad accompagnare magistralmente, attraverso l’uso del violino e del piano. “Witche’s Judge” è la più “banale” del lotto, anche se il violino conferisce quel tocco di diversità in più che non guasta affatto. Purtroppo il ritornello non è niente di nuovo. “Afterglow” la metto un pelo sotto agli altri due duetti, per il ritornello non perfetto. Le due bonus track poi non sono altro che due canzoni dei Rage con l’aggiunta dell’orchestra; non aggiungono e tolgono niente all’album.
 
Spero vivamente che Lingua Mortis Orchestra possa bissare i successi dei Rage, perché questo primo album riesce davvero emozionare, anche se certi sconfinamenti nel “pop” potrebbero far storcere il naso a più di un loro fedele seguace.

Luca Recordati
 
80