Recensione: Lore Of Lies

Di Daniele D'Adamo - 22 Marzo 2014 - 17:56
Lore Of Lies
Band: Lorelei
Etichetta:
Genere: Death 
Anno: 2014
Nazione:
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82

 

Fra le infinite denominazioni appioppate a uno stile metal, ce n’è una piuttosto recente. Anzi nuova: ‘symphonic deathcore’. Che, esattamente com’è avvenuto qualche anno fa in occasione della nascita della similare ‘symphonic death metal’, ha portato e può portare i puristi del genere, nella fattispecie il deathcore, appunto, a storcere il naso.

Gli autori del ‘misfatto’ sono gli statunitensi Lorelei (da non confondere con gli omonimi moscoviti, dediti al gothic) che, con il debut-album “Lore Of Lies”, danno una bella scossa a una tipologia death in fase di leggera stagnazione a causa dei suoi cliché perfettamente disegnati, rigidi e, soprattutto, mal disposti ad adattarsi alle nuove tendenze. Se il death in genere, infatti, pare essere il miglior aggancio per ogni tipo, o quasi, di contaminazione; il suo discendente diretto, il deathcore, no. E proprio per gli anzidetti motivi.

I sette musicisti di Raleigh, al contrario, prendono ad esempio quanto già proposto come fondamenta da colleghi quali Depths, Monotheist e As Oceans per l’installazione su di essa di una complicata struttura armonica comprensiva, anche e soprattutto, una miriade di orchestrazioni. Il duo Brandon Rickner/Michael Rumple si divide equamente il compito di aggredire con la massima veemenza il microfono con belluini growling e scellerati scream, ma è con la sinergia fra le chitarre di Aaron Pace/Lane Crocker e le tastiere di Stefan Sjöberg che il combo della North Carolina riesce a innalzare un ‘impossibile’ muro di suono. Riff granitici su riff granitici, incrociati ai poderosi tappeti delle keys, erigono un muraglione di cui è impossibile percepirne le dimensioni. Su di esso i vocalist corrono all’unisono, attraversandosi la strada reciprocamente per un risultato ‘esagerato’ in tutto e per tutto. Le indescrivibili accelerazioni dei blast-beats del caleidoscopico Joe Hill, gli spaventosi rallentamenti dettati dai breakdown, i fulminei cambi di tempo e le roboanti orchestrazioni a volte spingono la musica dei Lorelei al di là dei confini conosciuti, trasfigurandola, a volte (“The Mortal Immortal”) nel più letale dei black metal, a volte nel più violento dei prog (“Lore Of Lies”).  

Una tale quantità d’informazioni musicali espresse in così poco tempo, come quello medio di una song, può sembrare eccessivo se non ridondante. È il prezzo, però, che si deve pagare quando si tenta di inspessire, approfondire, colorare qualcosa che, di suo, ha i caratteri primigeni dell’esagerazione come il deathcore. A questo, tuttavia, i Lorelei pongono rimedio inserendo volentieri degli intermezzi semi-acustici (“Masque”) sì da allentare la tensione e la pressione acustica. Una pressione che, ad ogni modo, non viene mai meno, alimentata senza pietà dalle micidiali ugole della folle accoppiata Rickner/Rumple e da un riffing secco come un segaossa. In certe occasioni, come in “Salem Town”, l’apnea provocata dalla tremenda energia che si sprigiona da gole, mani e piedi provoca quasi lo stordimento della ragione, l’annebbiamento della vista. Ma, proprio come dimostra questa song, le improvvise aperture melodiche di brevi istanti assumono i taglienti contorni di uno squarcio di azzurro in un cielo in tempesta.

Un modo di comporre, di suonare, di interpretare il deathcore che trova la massima espressione nella suite finale, la lunga e stupefacente più sopra citata title-track. Una sorta di riassunto dell’intero lavoro e delle sue tante peculiarità, della sua personalità e originalità nonché delle infinite possibilità espressive e progressiste che può avere anche un genere apparentemente consolidato come il deathcore.

Eccellenti i Lorelei, eccellente “Lore Of Lies”!

Daniele “dani66” D’Adamo
 

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