Recensione: Lost In The Ghost Light

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Tim Bowness, famoso soprattutto per essere stato voce dei No-Man, è uno dei nomi più conosciuti nel panorama progressive, un autore dal curriculum sconfinato e uno di quelli da tenere sempre in considerazione, specialmente nelle tendenze più pop del prog, non fosse altro per le collaborazioni che ha avute e per il suo peso artistico.
Per dimostrarlo, come se ce ne fosse bisogno, basta elencare alcuni componenti e alcuni ospiti del suo ultimo lavoro solista, Lost In The Ghost Light: Stephen Bennett (Henry Fool), Colin Edwin (Porcupine Tree), Bruce Soord (The Pineapple Thief), Hux Nettermalm (Paatos) e Andrew Booker (Sanguine Hum), Kit Watkins (Happy The Man/Camel), Steve Bingham (No-Man) e Ian Anderson (Jethro Tull), mentre Steven Wilson si è occupato solo del mixing e del mastering.
Con questi artisti a disposizione, Tim Bowness ha pubblicato un concept album incentrato sull’immaginario Jeff Harrison, cantante e chitarrista dei Moonshot, nella fase discendente della sua lunga carriera musicale, partita negli anni ’70. La storia, quindi, consente a Bowness di poter inserire elementi appunto dell’ottava decade del secolo scorso, funzionali alla caratterizzazione di un album facile all’ascolto. Tutto scorre in modo fluido e si poggia sugli eccellenti musicisti chiamati in causa; il sound risulta coinvolgente sin dalle prime note di "Worlds of Yesterday", brano dal bell’aspetto musicale, con un arpeggio di chitarra acustica che accompagna lungo piacevoli assoli di chitarra elettrica e di flauti, ma disturbati da un cantato invadente e qui poco funzionale. La successiva "Moonshot Manchild" continua molto da vicino il discorso intrapreso dalla canzone precedente, ma si poggia su synth e mellotron, creando un’atmosfera sognante e malinconica. L’atmosfera onirica è interrotta dalla sostenuta e movimentata "Kill The Pain That’s Killing You", che spazza via le sonorità tipiche dei secondi Genesis con quelle più wilsoniane, mentre è protagonista la chitarra di David Rhodes, e finisce quasi come se fosse un brano di Moby. Segue la prettamente acustica "Nowhere Good To Go", impreziosita da un gran bel flauto. Con piano e archi si apre "You'll Be The Silence", traccia più lunga in scaletta, dove i vari elementi dell’album si amalgamano meglio, voce compresa, per dare vita al brano più riuscito e rappresentativo di Lost In The Ghost Light. Dopo la transitoria tracklist, si continua, ancora tra violini, flauto e piano, con le stesse atmosfere sempre avvolgenti ma alla lunga ripetitive e fortunatamente interrotte da una seconda parte del brano più movimentata. L’album si chiude con "Distant Summers", aperto da una piacevole fase di basso e archi, seguita dalla voce di Bowness, intervallata dall’unico assolo di Ian Anderson.
Tim Bowness ha una indubbia e invidiabile facilità compositiva che qui mostra il suo fianco più stanco e pigro, dando vita a un album piacevole, malinconico ma null’altro, un album che già dopo pochi ascolti esaurisce il suo coinvolgimento, mentre è indubbio che da questo autore, soprattutto quando accompagnato da certi immensi musicisti, vogliamo tutti di più.

 

 
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