Recensione: Lost On The Road To Eternity

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§“Quel giorno, incuriosito dalla copertina di un vecchio vinile, aprii la sua sgualcita custodia e scoprii che all'interno si celavano pitture singolari e fiabesche. Ammirandone i colori e le creature fatate, percepii ad un tratto una musica che cresceva e mutava, avvolgeva tempo e spazio. Senza accorgermene mi trovai all'interno di un mondo che mi apparteneva, con i suoi misteri, i suoi desideri, le sue speranze e le sue paure...”§

 

L'immaginario può essere stimolato dai nostri sensi e la musica da questo punto di vista può fare molto: sebbene i Magnum non nascondano più sorprese per l'ascoltatore avvezzo, rimangono un appuntamento gradito, una storia che vogliamo riascoltare perché ci è sfuggito qualche dettaglio o perché semplicemente infonde in noi sensazioni negate dalla superficialità del mondo.

Ormai, con un'operosa cadenza biennale, Clarkin e Bob, assieme ai nuovi compagni di ventura Rick Benton e Lee Morris, battono alla nostra porta e ci porgono la loro ventesima fatica, “Lost On The Road To Eternity”.

L'album si erige come baluardo del rock dal retaggio sinfonico, senza sfiorare l'ampollosità di certo metal operistico: non troverete massicci ensemble, tuttavia si incorporano maggiori contributi tastieristici e gli arrangiamenti curati dalla Wolf Kerschek orchestra.

Scelte che appaiono lampanti, con il solo scopo di condensare e rendere tangibile l'atmosfera teatrale e romantica delle canzoni, quali la title track: il tocco delle tastiere è inquieto, la voce di Catley fiera e regale mentre è penetrante e quasi sprezzante quella di Tobias Sammet, ospite di lusso di questo episodio. Pochi attimi e le due personalità si fondono e, sotto di esse, tasti e chitarra si intrecciano percorrendo la stessa strada dell'esistenza. L'andamento della canzone si evolve, lasciando primeggiare la vena classicheggiante, così potente da spalancarci e materializzare in noi un grandioso senso di immensità, dove i preconcetti umani e i valori effimeri si spogliano di qualsiasi significato.

Se la title track rimane una dichiarazione d'intenti, l'iniziale “Peaches And Cream” è un ossimoro ben costruito perché il robusto riff portante è tutto meno che “pesche e crema”, "rose e fiori". La chitarra arde e diventa lo strumento per smascherare illusioni e bugie, che vorrebbero mostrarti la vita come un sogno zuccheroso dove tutto è possibile finché segui ciecamente il copione come un grottesco clown, una marionetta senza aspirazioni e coscienza.

Peaches And Cream” resiste alla tentazione di fare dell'hard rock tangenziale, genere di musica lontano dall'approccio di Tony Clarkin: il tune è cantabile ma altrettanto altero quanto la consapevolezza di vivere nella realtà e non nella favola tanto desiderata. Questo senso di concretezza suscita un velo di malinconia nei tasti gentili di Rick Benton, erede dell'indimenticabile Mark Stanway.

 

§ Una storia corale §

 

Magnum   Lost Road To Eternity cover

 

Le tastiere di Benton, ricche di gusto ed enfasi, non sono un comprimario fugace e marginale ma sorreggono quasi nota per nota la melodia: non è un caso imbatterci nei tasti introduttivi di “Show Me Your Hands”, i quali conferiscono quella grazia malinconica di un'esistenza già consumata e disillusa. Chitarra e basso, inseguite dai tasti, si agitano quasi fossero animate dal desiderio di ribellarsi a questo senso di ineluttabilità. Clarkin rimane sempre il punto di riferimento per il songwriting e l'intensità del ritornello accende una luce di speranza, una fiamma alimentata dalla sezione ritmica (basso e drumming compatto in rilievo, merito dell'ottimo duo Barrow-Lee).

Rispetto a “Sacred Blood “Divine” Lies”, si propende a dilatare la scrittura e a pennellarla di digressioni progheggianti: ed ecco, che la precedente “Show Me Your Hands” dedica un bridge ai suoni di sintesi. Maggiore varietà di suoni crea un registro più variopinto, che ti fa capire da dove Rodney Matthews tragga ispirazione per i suoi quadri e le sue copertine: tanti elementi ricercati e trasognati che si perdono spesso in una piccola immagine da cd.

Un ascolto superficiale rischia di impoverire l'esperienza di Lost On The Road To Eternity”. Prendiamo “Storm Baby”, canzone nata da un misterioso intreccio di parole e musica: Bob parla con cristallina sincerità al suo misterioso interlocutore. Ad un tratto, i versi incominciano a vibrare e nel ritornello Catley ricorda le origini di quel bimbo, "nato nell'oscurità", con lo stesso calore di “Eleventh Hour”. Al sentire la parola “Baby”, un flusso di ricordi ci riconduce ad “On A Storyteller's Night” e a "Princess In Rags (The Cult)", al passato e al presente, e tra musica e narrazione enigmatica si crea una ciclicità quasi tragica ed imperscrutabile.  

Lo stesso andamento scalcinato e virile di “Welcome Cosmic Caberet” costruisce la macchina del tempo che ci scaglia negli anni Ottanta. Credetemi, non è solo questione di groove perché il ritornello pulsa con la stessa vecchia energia. Ma ricordatevi che tutto scorre: l'energia svanisce e i synt creano pause di vuoto siderale, dal quale emerge la chitarra di Clarkin quasi fosse dispersa nel freddo buio dello spazio tra stelle e detriti. Canzone da non perdere...

Più diretto e meno "prolisso" è il singolo “Without Love”: il rullare della cassa apre le porte su uno scenario di desolazione mentre le linee vocali esortano a tingere l'oscurità dei colori della vita e della gioia. “Without Love” scuote nel suo grido di avvertimento "Senza l'amore, non ti rimane nulla", reso al massimo dall'ispirazione di Catley, il quale riesce ancora a rendere introspettivo ed affettivo ogni singolo verso.

 

§ Un dettaglio dimenticato... §

 

Lungo il nuovo corso dei Magnum quella miscela di aor ed epico tipica di album come Vigilante era andata in parte perduta, cosa che non succede per “Tell Me What You've Got To Say”. I synt ambientali calano pioggia densa come lacrime su regni in cenere. La sei corde fugge da questa terra sacrificata al dolore, dove i sogni sono emancipati. Non c'è sorriso ma solo il lamento della chitarra. Gli stacchi sono molteplici, la struttura è a tratti circolare ma c'è sempre qualche svolta ovvero un'incursione dei tasti, il rallentamento del ritmo, un vibrato sullo sfondo.

L'inizio di “Ya Wanna Be Someone”, con le sue tastiere brumose, si permette addirittura di citare l'intro fatato e nebbioso di “How Far Jerusalem”. Il refrain ha un gusto speciale, quasi hard blues, per non parlare del coro folk rock centrale, differente dal ritornello, incastonando una canzone nella canzone. Intrecciare le melodie fa sentire un misto di tensione e desiderio nel cercare la propria collocazione, il proprio ruolo o il proprio compito nella vita. 

Ogni track cela sorprese, dettagli e piccoli accorgimenti che spingono a non concentrarsi solo sul refrain. Anzi, talvolta è proprio il ritornello che forse desta meno stupore mentre è la densità del brano che fa la differenza. Un linguaggio dunque sfaccettato che ben rappresenta il protagonista di “Forbidden Masquerade”, figura sfuggente dalle azioni contrastanti: i primi, delicati rintocchi delle tastiere mostrano l'immagine del fautore di sogni. La chitarra e il canto con il loro vigore fanno sfumare la visione incantata. Tuttavia, la maschera cambia aspetto e l'atmosfera rallenta, voci eteree chiedono sollievo dalle fatiche, un raggio di luce diafana che penetra attraverso le nuvole. Il resto è lasciato all'assolo di Mr. Clarkin che sceglie le migliori tonalità per parlare al nostro cuore.

 

§ Chiudiamo un altro capitolo... §

 

Come ogni capitolo della saga, l'epilogo è affidato alle due anime che albergano nel Magnum sound, una drammatica e sofferente, l'altra potente ed epico-melodiosa: in “Glory To Ashes” si respira un'atmosfera di rimpianto e la gloria di un passato eccelso giace in cenere. Il chorus solenne e la chitarra evocano un paesaggio morente in cui il limpido tocco del piano può esprimere tanto disincanto. “King Of The World” mantiene tutti i tratti salienti dei Magnum: la voce narra della storia di colui che era sovrano del mondo, non un mercenario ma un salvatore senza oro e ricchezza, una figura fulgida che rimane impressa nella nostra mente dal ritmo fiero e solenne del ritornello.  

 

§ Oltre i confini del mondo §

 

“King Of The World”, con il suo impasto di batteria, tasti dolenti e chitarre basse e ritmate (ora lente, ora in una marcia serrata), costruisce la visione “oltre i confini del mondo”, dominante in tutto il nuovo album: come dicevo, “Lost On The Road To Eternity” non vince per qualche accattivante refrain ma convince perché in genere evita di impastoiarsi troppo con uno schema (fatta eccezione per la pur convincente “Without Love”). La visione delle canzoni deve essere totale e lo smarrirsi nella via tracciata dagli inglesi dà una sensazione appagante.

Sacred Blood “Divine” Lies” piaceva per il suo giusto equilibrio tra l'elemento orecchiabile e quello magniloquente mentre “Lost On The Road To Eternity” preferisce creare un cosmo sonoro più dilatato e forse meno arrembante, ma ricco di sfumature. La summa delle increspature sinfoniche sono il vero plus valore e, mentre ascoltiamo il disco, non è difficile vagare sulla strada dell'eternità, a cui i Magnum, per qualità e ispirazione, sembra siano votati.

Eric Nicodemo

 
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