Recensione: Lost Ritual

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Risorti dalle ceneri, riesumati dai morti del cimitero che nove anni addietro li aveva seppelliti nella polvere del tempo, questa potrebbe essere in sintesi lo status vitale dei Raging Speedhorn sino a qualche mese fa. Loro sono tornati,sono voluti e hanno dovuto ritornare perchè la passione che brucia è infinita. “Lost Ritual" è un album creato dal gruppo per i proprio fan, quelli veri che attraverso una campagna cowdfunding hanno finalizzato la realizzazione di questo, nuovo, sesto album dei nostri cari Britannici. Abbiamo dunque due fattori cruciali che devono per forza portarci all’attenzione di questo disco, se poi come terzo elemento, ci mettiamo il ritorno del figliol prodigo Frank Regan accanto a John Laughlin per un doppio vocalizzo da spaccaossa, il gioco è pressoché fatto e il ritorno al futuro è servito in tavola.

Una randellata nei denti come poche, questo rituale disperso nel tempo è un carro amato senza pietà alcuna, che non smetterà di tritare tutto ciò che si ritrova di fronte ascolto dopo ascolto. Tutto qui dentro è costruito e pensato per rompere le ossa in sede live. Cosa è cambiato dunque dentro i Raging Speedhorn in questi anni di silenzio? Paradossale ma vero, non è cambiato assolutamente nulla. “Lost Ritual” è un battaglione carico di furia che riesce a combinare quel passato primordiale della band, con l’ultimo periodo pre-scioglimento. Come prendere un grande calderone ribollente, metterci all’interno un’intera carriera e lasciarlo stagionare per una decade circa, tirarlo fuori come niente fosse e donarlo in pasto al pubblico. Ottimi brani che sin dal primo ascolto riescono a colpire quanto ferocia e arguzia, riuscendo a combinare alla perfezione parti prettamente sludge con hardcore classico sino al doom vero e proprio. Sin dall’iniziale ‘Bring out Your Dead’ i molteplici stili che confluiscono dentro il gruppo si mischiano alla perfezione, riuscendo come pochi a fare respirare l’ondata di odio intrinseco nei ragazzi. Intolleranza e rabbia all base di tutto, puzzano di intolleranza queste tracce. Andando avanti, l’omaggio a Lemmy, grazie a ‘Motohead’ che riprende in parte anche alcune sonorità, è uno dei tanti punti interessanti della tracklist: ‘Evil or Mental’, ‘Ten of Swords’ e ‘TheHangman’ tendono a riscoprire la vena più stoner e 70iana del gruppo, grazie a dei mid-tempo efficaci e in netta contrapposizione con la veloce ‘Dogshit Blues’ e la terremotate ‘Halway to Hell’. Sono questi giochii di contrasti che lasciano intravedere quando ci fosse ancora da raccontare per i Raging oggigiorno, quanto v’era necessità per i fans e non solo di avere un loro nuovo album. Il tutto si chiude con la doomish ‘Unleash the Serpent’ che nei sui 6 e passa minuti chiude il cerchio con una retrospettiva che tocca anche i Neurosis dell’epoca ‘Throught Silver in Blood’ unito con quella personalità che da sempre contraddistingue i nostri. cattiva, sinistra e violenta regala attimi di estrama gioia luciferiana, la conclusione perfetta. A livello tecno stilistico non v’è molto da segnalare poiché il fattore che più emerge quello di avere un si un album molto variegato come detto, pieno di sonorità che confluiscono le une dentro le altre, ma leggermente troppo "troppo". Tutti gli anni di attività hanno sicuramente fatto bene ai Raging, ma si nota come tutto questo sia frutto di diverse anime e diverse sessioni, col tempo, senza aspettare altri nove anni sono certo tutto avrà una compattezza differente, d'altronde la macchina ha appena iniziato scaldare i motori.

Lost Ritual” ha al suo interno l’ABC per riuscire a comprendere quello che è il suono tipico della band, quel suono che ha sempre contraddistinto dalla massa questo terremoto musicale. Possiamo vedere i Raging Speedhorn come uno dei pochi act Britannici ancora all’interno di uno stile estremo e violento, una band che non si è mai svenduta e ha fatto della coerenza un’attitudine di vita. Da ascoltare, assaggiare e promuovere senza ombra di dubbio perché quando scrivi con la passione tutto diventata più facile. Horns-up!

 

 

 
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