Recensione: Lost Treasure

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Nel 1990 addirittura sotto Geffen (all'epoca potentissima) i losangelini Salty Dog, apparentemente sbucati fuori dal nulla, pubblicavano il loro debut album "Every Dog Has Its Day". Ricordo di averli notati per via dell'airplay di "Come Along" sugli allora canali televisivi musicali; un pezzo fantastico, un martello ammiccante, rude, bluesy e ritmatissimo, che presagiva ad un gran bel disco. Ed infatti tale si rivelò quell'esordio sulla lunga distanza. Chi diavolo erano questi Salty Dog (unica faccia nota l'ex Ratt e Max Havoc, Khurt Maier) che portavano il nome di un pezzo dei Procol Harum - ammesso che quella fosse la fonte d'ispirazione - e che pretendevano di combattare cm per cm, per non lasciare il campo all'invadenza del grunge, del rock alternativo ed indipendente che stava abbattendo uno dopo l'altro i grandi blasoni dell'hard rock e dell'hair metal? Come è andata a fine la guerra lo sappiamo (tristemente), i Salty Dog dopo quella fulminante apparizione sono immediatamente spariti. Peccato perché "Every Dog Has Its Day" era davvero fenomenale e rimane tale anche a distanza di quasi vent'anni. E' ancora un album esuberante, fresco, pepatissimo, forte di riff pieni di malizia, erotismo e seduzione, un afflato blues onnipresente ed un istrionismo del cantante Jimmi Bleacher fuori dal comune.


Capirete quindi lo stupore quando nel 2018 vedo editare un altro album dei Salty Dog....quei Salty Dog! La formazione è invariata per 3/4, indovinate chi abbiamo perso? Bravi, proprio Bleacher, che purtroppo - come detto - era un pezzo da novanta lì dentro. Al suo posto c'è Darrel Beach, dotato di una timbrica nemmeno troppo dissimile (ma la personalità è altra cosa, quella ce l'hai o non ce l'hai, Darrel non ne difetta, ma Jimmi era campione del mondo). Complice il titolo dell'album, l'artwork ed una Produzione non proprio al top degli standard odierni, lì per lì mi sono detto che probabilmente si doveva trattare di una qualche operazione di recupero e riproposizione di materiale dell'epoca rimasto magari inedito ed oggi rispolverato per testare il monicker nel 2018. Invece pare proprio che si tratti di un nuovo rientro in pista a tutti gli effetti, con formazione appunto rimaneggiata e un bastimento carico di nuovi propositi ed intenti rockarolla. Che nelle 11 tracce di "Lost Treasure" ci sia qualche frattaglia del passato nessuno me lo leva dalla testa, perché in alcuni passaggi l'album è davvero la diretta e coerente continuazione dell'episodio pubblicato nel 1990. La band rimane riconoscibilissima, soprattutto per il taglio delle chitarre. Complessivamente la qualità è minore, anche se sempre convincente, il lato bluesy prende ancora più campo mentre la sottotraccia un po' stupidella e allusiva perde mordente. Giocherellano meno i Salty Dog di oggi, non che manchino passaggi squisitamente più ludici ("Open Sezme", "Honeysuckle Wind") ma nell'insieme questo sembra voler essere un abum più maturo e quadrato dell'eterogeneo ma genialoide debutto.


A me "Lost Treasure" è piaciuto assai e credo che chi scopra i Salty Dog adesso gradirà ancora di più l'album. Il confronto con "Every Dog Has Its Day" è impari perché quello era davvero uno dei migliori lavori della decade (pur trattandosi di canto del cigno della decade), ma proprio per questo le "colpe" da imputare a "Lost Treasure" sono relative; l'importante per il gruppo era stare a galla, realizzare un comeback dignitoso, all'insegna delle proprie qualità e del proprio stile. In questo senso la missione è compiuta. Certo, dopo l'ascolto del disco viene immediatamente voglia di recuperare e deglutire tutto d'un fiato il primo album (cosa che confesso di aver fatto), ma tutto sommato sono contento di aver ritrovato la band e di poterne parlare ancora bene. Il loro sound zeppeliniano, viscoso e lussureggiante, scalda ancora l'anima, come ripescare una vecchia bottiglia di whiskey che si credeva perduta in fondo al lago dove si andava a pescare da ragazzi.


Marco Tripodi

 
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