Recensione: Loud And Clear (reissue)

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Questa party rock band californiana sarebbe rimasta sconosciuta, se non fosse perché nel 1984, in occasione del tour dei Van Halen, David Lee Roth non avesse pensato bene di portarsi appresso, come gruppo spalla, gli Autograph, band del suo amico batterista Keni Richards.

Seppure privi di contratto discografico, i membri della band vantavano già una discreta esperienza. Il cantante Steve Plunkett e il chitarrista Steve Lynch avevano suonato in diversi act e rock club di Los Angeles (John Doe, Looker, Masters Of The Airwaves, Wolfgang) prima di unirsi al bassista Randy Rand (Lita Ford) per quello che inizialmente sembrò essere un progetto solista di "Plunk", che già aveva firmato per la Epic con l'altra sua band AOR, i Silver Condor. In realtà l'apporto compositivo degli altri componenti, completati dal tastierista Steven Isham e dal batterista Keni Richards portò in maniera del tutto naturale ad una vera e propria band che si tolse anche diverse soddisfazioni in sede live, suonando il 18 gennaio 1984 (con i Van Halen per il tour citato) davanti a 12000 persone, mentre nella tappa di New York furono raggiunti in camerino dal presidente della RCA che li mise sotto contratto, e fece loro registrare il debut con il grande produttore Neil Kernon.

"Loud And Clear", terzo studio album edito originariamente nel 1987, rappresenta forse l'apice della carriera degli Autograph, e ne mostra già i segni di cedimento, additabili principalmente alla sempre maggiore pressione commerciale delle major, affamate di song orecchiabili e radiofoniche; pressione che coincise inevitabilmente con un eccessivo ammorbidimento del sound rispetto agli esordi, anche se il successo raggiunto a livello di broadcasting continuò a spingere la band grazie a collaborazioni altisonanti (Motley Crue, Ozzy Osbourne), tuttavia la RCA ebbe grosse colpe dal punto di vista promozionale, e la rottura dell'anno seguente, per passare con la Geffen fu solo l'inizio della caduta libera. Nel 1989 gli Autograph si sciolsero definitivamente, ed ognuno dei membri continuò a partecipare a progetti paralleli - minori - delle star con cui avevano ambito di condividere il panorama (Giuffria, Vince neil, Vixen su tutti).

Di sicuro bisogna prendere con le molle quella che per gli americani fu e resta solo una meteora, visto che già all'epoca la critica più bacchettona, vedendo negli Autograph l'ennesima replica di uno stile (il glam/street/party rock) di cui la scena sovrabbondava: ed ecco che invece di apprezzare la genuinità e la freschezza di pezzi come "Dance All Night", "Bad Boy", "Just Back From Heaven", o la ruffianaggine quasi kitch di "Everytime I Dream" e "More Than A Million Times", si finì per criticare aspramente gli eccessi, come la presenza ingombrante delle tastiere, la distorsione tutt'altro che incisiva, o le voci - specie nella titletrack - letteralmente sommerse dagli strumenti, tanto per non ammettere che le melodie stranianti del refrain cozzavano un po' troppo con le aspettative di chi, in fondo in fondo, voleva il vecchio buon glam dai mille e un cliché.

Con tali premesse, il remaster della Rock Candy Records assume una valenza doppia, non solo di riscoperta, ma anche di riabilitazione per l'ennesimo gruppo sottovalutato della scena hard rock californiana degli anni ottanta. Oggi forse è la prassi, ma a quel tempo, pensare che una band si accollasse interamente le spese di un tour della portata di "1984" dei Van Halen (sapete quanto costa trasferire cinque persone e l'equipaggiamento dalla California alla Florida?) è decisamente ammirevole.

Tracklist:

  1. Loud and Clear
  2. Dance All Night
  3. She Never Looked That Good for Me
  4. Bad Boy
  5. Everytime I Dream
  6. She's a Tease
  7. Just Got Back from Heaven
  8. Down 'N' Dirty
  9. More Than a Million Times
  10. When the Sun Goes Down
 
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