Recensione: Made In Japan

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E siam sempre lì…
Ogniqualvolta si materializza una collezione “live” di un qualche gruppo di un certo peso – di quelli, per intenderci, “storici” e già più volte protagonisti di operazioni simili – le perplessità, unite ad alcuni mugugni, si fanno strada inesorabili, maturando sull’onda di un quesito pressoché immediato: “che utilità potrà mai avere”?

Una domanda più che legittima e lineare, dovuta al sospetto che, dissimulato sotto traccia, altro non ci sia che il reiterato tentativo di proporre materiale già ben noto con il prosaico obiettivo di spillar quattrini ai grandi fan, piuttosto che di battere il proverbiale “ferro fin che caldo", mantenendo quanto possibile vivo ed attuale il nome di una band dotata di vasta audience.
Episodi non certo ignoti al pubblico di appassionati rock, abituati ad annoverare nella propria collezione almeno un buon numero di registrazioni dal vivo dei propri gruppi preferiti.

Va da se dunque, che un album come “Made In Japan” dei celeberrimi Whitesnake, si presenti sin dall’annuncio di pubblicazione, accompagnato dalla classica incertezza relativa ad uscite similari. Esitazioni in grado di rendere ancor più dubbiosa l’opportunità di una release di materiale già edito, considerando che proprio l’ultimo prodotto marchiato Snakes in ordine di tempo, altro non era che un live, ancorché datato (“Live At Donington”) e valutata debitamente l’attuale condizione dell’ugola di mr. Coverdale, sempre grandissimo showman sulle assi del palco, le cui corde vocali hanno tuttavia iniziato ad evidenziare qualche segno di cedimento proprio in occasione delle più recenti esibizioni dal vivo.
Esitazioni, dubbi e perplessità che, detto con la consueta, dichiarata, partigianeria, possono dirsi fugate il larga parte dopo un attento ed approfondito ascolto del disco, episodio non certo capace di spostare gli equilibri di una popolarità comunque notevole, eppure decisamente godibile e dotato di un paio di atout buoni nel renderlo appetibile anche a chi, del serpente bianco, possiede già l’impossibile.

Fornito di una registrazione molto potente e vivida, “Made in Japan” (titolo già di per se altisonante ed evocativo per il mondo del rock duro) ha, infatti, il potere di trasportare l’ascoltatore proprio in mezzo al pubblico protagonista dell’evento, concedendo un punto di vista privilegiato ma ugualmente coinvolgente.
Immortalato la sera del 15 ottobre 2011 presso la Super Arena di Saitama in occasione del Loud Park Festival - una delle date del Forevermore World Tour -  il concerto messo in scena da Coverdale e sodali assume i decisi connotati del successo per la buona prestazione della band al completo, ma soprattutto per la reale e calorosa partecipazione da parte degli spettatori, debitamente messa in risalto da un eccellente lavoro di masterizzazione audio.
Un buon mix tra brani nuovi e sublimi classici, ha dato così l’impressione di mandare più volte in visibilio l’audience nipponica, coinvolta sull’impeto di pezzi quali “Best Years”, “Forevermore”, “Here I Go Again” e “Fool For Your Loving” e letteralmente estasiata dalla fantastica doppietta “Love Ain’t No Stranger” / “Is This Love”, senza dubbio alcuno, punto più alto dell’esibizione.
Gli immancabili assolo di chitarra e batteria (una consuetudine divenuta incrollabile nel corso del tour, a detta di qualcuno, utile nel concedere un pelo di riposo al grande frontman britannico), completano un disco che ha proprio nella forza dell’incisione il valore aggiunto.
Unito, come ovvio, alla magnifica beltà di canzoni senza tempo.

Ulteriore, buon motivo d’interesse che si lega a “Made In Japan”, è poi la presenza del secondo dischetto allegato. Non la banale ed ordinaria raccolta di interviste e spezzoni di concerti strappati qua e la, bensì un interessante selezione di tracce registrate nel corso dei vari soundcheck effettuati in giro per il paese del sol levante, unite a qualche momento unplugged: una sorta di concerto “acustico” e confidenziale in cui apprezzare la capacità di Coverdale, ancora comunque intatta, di marchiare con la propria voce ogni singola esecuzione.

Originariamente edito per la sola televisione giapponese e per scopi promozionali, lo show è divenuto oggetto di pressanti richieste da parte dei fan dopo la diffusione di alcuni brani utilizzati per pubblicizzare la nuova edizione del festival nipponico, consegnando così ai molti followers del serpente bianco, l’ennesimo oggetto di culto verso il quale rivolgere lo sguardo concupiscente.

Forse non esattamente necessario.
Tuttavia, alla luce della qualità messa in campo, un album dalle importanti ragioni d’interesse, in attesa dell’ennesimo capitolo live previsto per luglio a titolo “Made In Britain”.
Dopodiché, ci auguriamo vivamente che la sequenza di release dal vivo abbia un freno, lasciando il campo a qualcosa di più concreto ed appetibile.

Un nuovo disco in studio, ad esempio…


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