Recensione: Magma

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Il “Magma”, spiegandolo in modalità easy listening non è altro che la lava all’interno della crosta terrestre, presente dunque nei substrati della crosta esterna, ed è composto da gas disciolti e silicati fusi; solamente alla sua fuoriuscita diventa successivamente lava. Prendete questa semplice spiegazione a livello metaforico, aggiungete al tutto una volontà da parte del gruppo di andare oltre le precedenti esperienze, volendo scavare nei teatri della mente, ed il gioco è fatto. Un nuovo album creato dalle ceneri della madre scomparsa dei Duplantier, portatore di profondi pensieri e rivoluzioni sonore; un concetto confermato anche da alcune dichiarazioni da parte del gruppo prima dell’uscita ufficiale: “Con “Magma” volevamo comporre un album più breve e diretto rispetto ai precedenti, abbiamo lasciato le canzoni allo stesso livello dei demo, registrandole solamente in maniera professionale. La gente oggi ha meno attenzioni per cui avevamo necessità di essere meno epici e più efficaci.” 

Grazie ad una popolarità arrivata oggi ai massimi storici e forti di un super-contratto con la potenza mondiale Roadrunner Records, in molti da sempre in loro vedono “The new big thing”, ma per diventare tali la storia ci insegna che non si può giocare le carte troppo velocemente. Il tempo, non l’ansia da prestazione, sancisce chi rimane in piedi da coloro che cadono. Oggi che ci troviamo in mano? Cosa offre questo “Magma” alla scena mondiale nel 2016? Senza giri di parole vediamo quest'album come un grande buco nero, il più grande buco nell’acqua da quando i Gojira esistono o in maniera ancora più semplice: un azzardo.

Nessuno pretende che i Gojira continuino a suonare identici a “The Link” o “From Mars to Sirus”, nessuno oltretutto pretende e desidera immobilità stilistica da una band come loro; l’evoluzione deve esserci e deve stare alla base di ogni nuova uscita discografica, nel bene e/o nel male. Come accaduto anni addietro per diversi artisti famosi a volte il passo più lungo della gamba, o le visioni compromesse da alcuni episodi personali, portano ad un risultato deficitario. Potremmo vedere “Magma” alla pari di album quali “Super Collider”, “Once More Round the Sun”, “The Burning Red”, “Heritage”, “Illud Divinis insanus” e compagnia bella; creazioni che o si amano o si odiano o si entra dentro certe sonorità oppure si finirà col detestarli per tutta la vita. Ognuno degli album appena citati diventa impossibile non definirlo quale “passo falso”, attraverso un approccio più commerciale o sperimentale senza avere le capacità innate per ottenere un valido risultato. Casi in cui la passione per la composizione viene cancellato dalla passione per la fama. 

Dopo questa lunga premessa andiamo all’aspetto prettamente musicale, che per togliere qualsiasi dubbio, sarà delucidato attraverso un track by track.

Un inizio alquanto inaspettato, “The Shooting Star” è quella canzone che pone le basi per mastodontici dubbi amletici, ammetto di aver pensato al primo ascolto di aver sbagliato album in riproduzione; qualche secondo dopo comprendi i suoni, la produzione senti che sono i Gojira ma… Ma la voce pulita, sopratutto se eseguita non splendidamente, stona con il riff monolitico e stanco, nel bridge centrale tutto è così filtrato e “finto” che non si vede l’ora finisca. Decisamente un ingresso non altisonante.

Silvera” è quel pezzo costruito su di un riffone schiacciasassi che apre i pori, quel pugno in faccia che non vedevi l’ora di ascoltare; il gioco sui piatti della batteria in generale è splendido. A metà, quando sei carico come un porcospino a vapore le clean entrano per il ritornello e tutto evapora, vorresti spegnere e ascoltare ‘Vacuity’. Il marchio di fabbrica si sente ed è impossibile non riconoscerlo sopratutto nel assolo centrale molto ben realizzato, ma è tutto troppo pulito ed effettato, non riesce a convincere a pieno.

The Cell” ti fa urlare al cielo "sì sono tornati!" Eccola finalmente la canzone da headbanging la abbiamo gente! Che ci voleva? Si torna indietro di sette anni a “TWAF” con il riffone portante e gli stacchi da cardiopalma, peccato che sarà l’unica canzone meritevole dall’inizio alla fine dell’intero album, la migliore e non aggiungo altro. Godetevela.

Arriviamo al primo singolo, “Stranded”, che si apre in maniera splendida ma questa produzione purtroppo patinata e preziosa blocca la potenza dei suoni, l’idea alla base è valida ma non risplende a pieno. Catchy ed accattivante si ascolta bene per la prima parte, si crede di avere finalmente trovato qualcosa di iper-valido, sino a quando magicamente a 3:23 l’entusiasmo si esaurisce; non vi aggiungo altro. No, no, no e ancora no! Così non va bene. 

La quinta “Yellow Stone” si basa su un riff di matrice Black Sabbath al 100%, “doom” made in France diventa quel breve intermezzo di poco più di un minuto che serve a porsi qualche domanda su cosa si è appena ascoltato.

La celeberrima, famosissima “Titletrack” alla posizione numero sei, quale gioia ascoltarla; avete presente quando inaspettatamente finisce tra gli occhi lo shampoo durante la doccia? Quando bevete una coca cola rimasta nel frigo sgasata da due settimane? Perfetto. Magma musicale che non ha né capo né coda, il vuoto compositivo che prende nell’animo ma non decolla, dovrebbe ma non vuole. Perdonatemi, quasi dimenticavo, ci sono le clean vocals anche in questo caso; ovviamente non eseguite come natura richiede.

Settimo peccato capitale è denominato “Pray”, una vera e propria preghiera composta dai Gojira per entrare in mondi paralleli. Lenta, soffocante e ritualistica porta quel retrogusto a là Meshuggah che convince anche sotto l’aspetto lirico; il crescendo sul finale impostato sul super riff in terzine è ben congegnato. Un episodio che nelle sua particolarità funziona, promossa.

L’ottava “Only Pain” pare essere presa direttamente dai demo del garage sotto casa; non tanto per i suoni volutamente distorti, è la struttura compositiva che risulta deficitaria di qualche dettaglio. Una canzone abbozzata, non compiuta a pieno con lo stacco a 2:18 che porta alla conclusione del tutto con grandi punti interrogativi. Un brano senza un perché, senza mordete.

Low Lands” è il lentaccio prima della chiusura del cerchio cantato al 90% in pulito, il riff monocorde stile mantra ti trascina lungo il cammino come un’anima persa, un cantico per i morti sino a quando tutto si ferma bruscamente. Minuto 5:01, silenzio e l’infinito arriva lasciandoti in catatonia sino alla conclusione; oggettivamente evitabile, realizzata in malo modo e impossibile da far presa verso il pubblico.

L’album si chiude con la strumentale “Liberation”, realizzata con una sola chitarra acustica, le percussioni ed il flauto che ci conducono per 3 minuti e mezzo verso la luce primordiale, come a scioglierci dalle catene che ci hanno imprigionato sino ad ora. Una liberazione sotto ogni aspetto che nel suo piccolo non è affatto male.

La volontà di esprimersi attraverso un album più diretto, vero ed istintivo ha paradossalmente portato a livello complessivo ad una perdita di grinta e mordente; se variazione doveva essere, se progressione è sinonimo di sperimentazione allora siamo di fronte al massimo risultato possibile oggigiorno dai Gojira. Il male alla base di “Magma” è quello di avere idee valide solamente abbozzate, non sviluppate a pieno, rispetto ai canoni stilistici del gruppo; una produzione troppo raffinata, una capacità vocale ancora acerba non giovano alll'economia globale del prodotto. Quest’album o si odia o si ama, ma obiettivamente (e lo dico da supporter e fan della band) è il peggio che poteva uscire dalle loro menti, un indifendibile buco nell’acqua. Speriamo che il futuro porti consiglio.

“Più grande è l'impresa più grande è l'errore.” 

John Fitzgerald Kennedy

 
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