Recensione: Malevolent Grain

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Nel corso degli ultimi anni i Wolves In A Throne Room si sono guadagnati una certa visibilità nel panorama black metal. Vuoi per le sonorità relativamente eccentriche per la scena americana, vuoi per una certa confusione nell'individuare con precisione le loro radici musicali, vuoi per la forte connotazione spirituale delle tematiche orgogliosamente rivendicata nel corso delle ultime interviste, fatto sta che nel giro di un paio d'anni il loro nome è diventato uno dei più chiacchierati nell'ambito del black a stelle e strisce.
Innegabilmente l'orientamento ideologico dei Wolves… ha contribuito a distinguerli non poco rispetto alla sempre ricca famiglia delle true-evil-sataninc band ancora legate all'iconografia primordiale del genere. Lo stile di vita ritirato e a contatto con la natura, i debiti riconosciuti alle teorie esoteriche di Rudolf Steiner e il forte messaggio concettuale con riferimenti a ecologia e agricoltura biodinamica pongono la formazione di Olympia in una posizione affatto particolare nel loro genere. Un genere che del resto non è così semplice definire.

Rifuggendo da etichette troppo rigide, i Wolves… hanno sempre riconosciuto l'innegabile legame con i padri del black metal scandinavo – Bathory, Darkthrone e Burzum su tutti – ma hanno altresì saputo efficacemente integrare al proprio stile elementi doom, folk e dark-ambient. Qualcuno ci ha voluto trovare anche influenze di stampo progressive: il sottoscritto non le ha sentite.
Assecondando il proprio carattere di band concettualmente impegnata, il combo americano si è concentrato su brani dal minutaggio elevato, quasi sempre superiori ai dieci minuti di lunghezza, affidandosi a strutture essenziali e a quei suoni grezzi e minimali che i puristi del black non mancano mai di apprezzare. ‘Malevolent Grain' segue questa stessa impostazione.

L'EP, apristrada per l'imminente terzo album ‘Black Cascade', presenta solo due pezzi, rispettivamente di tredici e dieci primi, per una durata complessiva superiore ai venti minuti. L'iniziale ‘A Looming Resonance' appare fra i due certamente il più interessante. L'apertura lenta e cadenzata apre a un riffing zanzaroso e ossessivo, che opportunamente non mette in luce il chitarrismo della new entry Will Linsday (ex-Middian), già integrato nel sound corale della band. Forte e di sicuro impatto il contrasto con le clean vocals della collega Jamie Myers, frontwoman degli eclettici Hammers Of Misfortune. Il suo cantato melanconico, a tratti quasi cantilenante, penetra a fondo l'atmosfera selvatica e crepuscolare del pezzo, ipnotico nel suo alternarsi di accelerazioni disperate e lancinanti rallentamenti, esaltandone le melodie sporche, ruvide, decadenti. Un finale ai limiti del noise funge da trait d'union con ‘Hate Crystal'. Qui le chitarre si fanno subito più aggressive, impegnate in una lotta testa a testa con un drumming tempestoso che spesso sovrasta il taglio epico del riffing, ostinatamente monotono e monocorde. Al microfono torna Rick Dahlin, che rispolvera uno screaming più tradizionale e graffiante. Al di là dell'impostazione spiccatamente aggressiva, il brano gioca di nuovo le sue carte sul terreno dell'atmosfera, sebbene rispetto al predecessore soffra un poco di più l'elevato minutaggio e la penuria di variazioni.

Utile a ricompattare i ranghi dopo il disco dal vivo ‘Live At Roadbum 2008' dello scorso anno e ad agevolare l'inserimento di Linsday, ‘Malevolent Grain' presenta una band in forma, pronta a tentare l'exploit nei prossimi mesi con ‘Black Cascade'. Onesto tanto nella durata quanto nei contenuti, l'EP – disponibile per l'Europa in edizione limitata in vinile 12′′ – ha tutti i requisiti per stimolare l'interesse degli estimatori della band, determinata a battere e ribattere il celebre ferro prima che si raffreddi. Beninteso che un pezzo come ‘A Looming Resonance' potrebbe senza dubbio contribuire ad avvicinare anche frange di ascoltatori poco avvezze a queste sonorità.

Riccardo Angelini

Tracklist:
1. A Looming Resonance (13:01)
2. Hate Crystal (10:38)

 
70