Recensione: Mana

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C’erano una volta gli Spellcaster, gruppo trash/heavy di Portland fondato nel 2009 e scioltosi nel 2017; una band con un sound tutto sommato classico, che riprendeva quello dei mostri sacri del metal anni ’80. Ed è proprio dalle ceneri degli Spellcaster che nascono gli Idle Hands, band che però si differenzia drasticamente dalle sue stesse radici. Qui infatti ci troviamo davanti un progetto gothic metal asciutto e senza fronzoli, ma allo stesso tempo intenso e profondo.

Sebbene il termine “asciutto” non si addica a una recensione musicale, una volta iniziato l’ascolto di “Mana” questa scelta inizierà ad avere più senso. In molti casi il gothic è infatti accostato a complicati arrangiamenti di archi o tetre atmosfere medievali; qui troviamo invece undici brani semplici, veloci, dritti al punto, ma allo stesso tempo in grado di creare un’atmosfera cupa e malinconica ben definita. La prima band che salta in mente all’inizio dell’album sono i Misfits, fino a giungere ai Type O Negative, passando anche per i The Cure; è chiaro che anche in questo progetto i punti di riferimento musicali si collocano tutti tra gli anni ‘80 e ‘90.

Per quel che riguarda il sound, ritroviamo tracce del passato trash in ritmi veloci e chitarre coinvolgenti (‘Give Me The Night’, ‘Double Negative’); l’andamento incalzante dei pezzi talvolta sfiora anche il punk, con la classica ripetizione di riff e ritornelli, come per esempio in ‘Nightfall’ (sarebbe un singolo perfetto) o in ‘Blade And The Will’. A bilanciare questa componente più dinamica troviamo innanzitutto la voce di Gabriel Franco, molto simile a quella di Jyrki69 dei The 69 Eyes e così profonda da imprimere subito un tono malinconico ai brani. In alcuni momenti il cantato nostalgico viene accompagnato da melodie più dark e contenute (però mai troppo lente), dando vita a pezzi particolarmente intensi. Brani di questo tipo sono per esempio ‘It’ll Be Over Before You Know It’, ‘A Single Solemn Rose’ e ‘Mana’.

Capitolo a parte deve essere dedicato ai testi. Più della musica sono infatti le parole a definire l’anima gothic dell’album, contribuendo in grandissima parte a ricreare quell’atmosfera di malinconia già menzionata. Temi ricorrenti sono lo scorrere del tempo, il ricordo del passato, la morte, in una serie di riflessioni nostalgiche che in alcuni momenti si avvicinano alla poesia. In questo senso due brani molto belli sono ‘Jackie’ e ‘Dragon, Why Do You Cry?’. Il primo è una classica canzone d’amore in cui tutti possiamo identificarci, che nella sua banalità arriva dritto all’obiettivo; il secondo invece è un dialogo sulla saggezza e la vecchiaia, a suo modo triste ma anche profondo. Altri testi altrettanto intensi sono quelli di ‘Double Negative’ e ‘Don’t Waste Your Time’. In questo caos di morte e malinconia però, trovano spazio anche momenti di contemplazione della natura con spunti quasi pagani, come nella stessa ‘Mana’, in ‘Cosmic Overdrive’ o ancora in ‘Nightfall’.  

Quest’opera è quindi un ottimo mix di sonorità vintage ed elementi gothic, coronati da testi che scavano a fondo. Laddove la musica sarebbe troppo semplice arrivano le parole a completare i brani, che per questo risultano leggeri ma mai superficiali. ‘Mana’ non è un album per chi cerca un gotico di ispirazione horror o storico, con canti in latino o campane che suonano in lontananza; è un album sobrio che può essere apprezzato anche da chi il metal non lo vive tutti i giorni.

 
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