Recensione: Manach Seherath [demo]

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Attingere alla sorgente. Questo il significato oscuro che soggiace dietro al moniker Manach Seherath, giovane band partenopea che ha prodotto nel 2013 la demo eponima; un gruppo dedito ad un heavy metal sinfonico, epico e tenebroso. La band nasce da un’idea di Mich Crown (voce), che dopo un periodo di forzata inattività riprese contatti con l’ex-collega Cyrion Faith (tastiere) ed incontrò in circostanze misteriose l’uomo mascherato che si fa chiamare Lemur Mask (batteria). Successivamente al trio si aggiunse Minus Karma (chitarra), e con questa formazione la band diede il via alla composizione dei brani, senza neppure la certezza di portarli al termine, vista l’imminente fine del mondo del dicembre 2012. Nel febbraio 2013 entra in lineup anche Lukas Blacksmith (basso): questa la genesi dei Manach Seherath. Il disco, composto da tre brani per circa 19 minuti di inciso, è stato registrato nel giugno dello stesso anno presso l’Underground Studio di Arzano (Na), prodotto e missato da Frank Santa e Lino Pistone.

I ragazzi propongono un heavy metal muscolare ed atmosferico, fortemente strutturato sulle linee melodiche dettate con grande sicurezza da synth e tastiere. Attraverso i misteri narrati nelle liriche veniamo trasportati in un mondo oscuro, che attinge alla sorgente dell’heavy di band come i Manilla Road, pur senza lesinare in personalità. Buona la prova vocale di Mich Crown attraverso i vari momenti, dai più incisivi a quelli melodici agli acuti malefici di Timeless, molto interessante il potente lavoro al basso di Lokas Blacksmith, valorizzato anche dal missaggio generoso. I solos di chitarra hanno il giusto tiro (applausi per quello in “All in all”) e sono composti con gusto, anche se in alcuni momenti risultano confusionari e poco precisi, complice anche la registrazione non proprio al top. La pulizia complessiva del suono è quella che ci si aspetta da una demo, con alcuni passaggi che avrebbero forse meritato un take aggiuntivo senza tuttavia mai risultare sgradevoli. Tra gli highlight del lavoro, oltre ad un’apprezzabile cura e contestualizzazione per ognuno dei tre brani di questa “timless trilogy”, a partire dagli effetti in apertura (la porta che si apre prima di “Arti Matano” gli opprimenti suoni ambientali di “Timeless” e la chiusura narrata di “All in all”), è la capacità dei ragazzi in fase di songwriting di costruire panorami musicali caldi e credibili, sin da questa prima demo.

Un inizio promettente, insomma, che ci lascia ben sperare per il futuro della band, che immaginiamo abbia affilato le armi per una nuova, appassionante battaglia. In bocca al lupo ai guerrieri della sorgente Manach Seherath, in attesa del primo full-lenght, della prossima avventura nel mistero!
 

Luca “Montsteen” Montini

 
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