Recensione: March of Plague

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Gli Strident sono una Thrash Metal band sorta in terra di Israele nel lontano 2004.

In questo lasso di tempo hanno prodotto nel 2008 ‘Insanity’, un demo esplorativo, nel 2010 ‘On The Aim’, il primo album che devo dire niente male, con un sound violento, intriso di Hardcore e virante verso il punk, soprattutto per merito della voce solista sprezzante e sfacciata, ed il singolo ‘Final Warhead Blast’ nel 2016.

Poi, nonostante la discreta esperienza live, che li ha visti arrivare, ad esempio, ad aprire per gli Overkill a Tel Aviv nel 2015 ed alle terribili Nervosa in Ucraina nel 2016, il gruppo si è bloccato a livello discografico per tre anni.

Non è stato comunque fermo: Michael Shliapochny e Dmitri Samoylov hanno sostituto Roman Briker e Blacksmith Den rispettivamente con Artem Apekishev e Andrey Shapira e, con tale nuova formazione, hanno firmato un contratto con la label di casa nostra Punishment 18 Records, che ancora una volta ci ha visto lungo.

Sotto la sua ala, difatti, è uscito il nuovo album, dal titolo ‘March of Plague’ e disponibile dal 5 settembre 2019.

Il passo in avanti è sostanziale, il sound è stato stravolto e l’asticella alzata di brutto.

Le sonorità punk sono state messe da parte per essere sostituite da partiture più violente e frenetiche in stile Exodus di ‘Bondend by Blood’, giusto per far capire a cosa si va incontro, ed alla materia Old-School è stata affiancata un po’ di modernità derivante dalla fusione del Thrash con matrici più legate al Death.

Il vocalist Dmitri Samoylov ha fatto un gran lavoro (d’altronde ha avuto nove anni per farlo) per passare da un cantato grezzo ed irriverente ad uno cavernoso ed incazzato, più idoneo al nuovo stile.

Il platter alterna brani furiosi e smodati di semplice struttura ad altri più ragionati ed articolati, con andature rese feroci da linee melodiche di buona enfasi. Non è bastato l’avvicendamento tra Andrey Shapira ed il session man Shaked Furman per compromettere il lavoro … anzi, l’apporto di un siffatto musicista è stato più che valido (senza nulla togliere ad Andrey).

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L’attacco dell’album è deflagrante: ‘No Faith, No War’ è una tirata pazzesca a velocità iperluce, mozzafiato, con un interludio cadenzato esaltante ed un assolo veloce e nevrotico. Gli Strident non fanno prigionieri.

Segue la Title-Track ‘March of Plague’, più controllata, con linee di chitarra e ritmi stoppati che la rendono moderna. Cori esaltanti amplificano la durezza del refrain e l’assolo unisce bene la sua melodia con la ritmica che l’accompagna.

Be Metal’ è per bestie da palco, con i cori studiati apposta per spezzare i colli. Anche in questo pezzo l’assolo è un buon protagonista.

In solo poco più due minuti e mezzo la seguente ‘Dirty Blood’ dice tanto, divisa in una prima sezione scura, tenuta da un arpeggio di chitarra accompagnata da un basso penetrante e da una seconda che modifica il pezzo sostanzialmente, partendo a velocità smodata.

Final Warhead Blast’ è uno dei pezzi migliori: potente, con un grande assolo, si articola tra accelerazioni e tempi medi, con un interludio che porta l’adrenalina agli eccessi, anche grazie alle sirene che informano di un attacco aereo, suono che le popolazioni di quelle regioni sono purtroppo più abituati a sentire di quello delle chitarre.

Nuclear Winter’ è l’esatto contrario, essendo breve, devastante e spasmodica.

La detonante ‘Spitfire’, altro episodio che risalta, rimanda alla vecchia scuola, con cori incisivi ed un altro grande assolo.

Invece ‘Face to Face’ è l’anello debole: potente, nevrotica e diretta va però oltre e diventa abbastanza tediosa portando ad aspettare l’arrivo del prossimo brano. Come si dice: non tutte le ciambelle escono col buco, soprattutto quelle la cui materia prima è lava incandescente.

Si arriva al fondo del disco: ‘Fallen One’, introdotta da un arpeggio oscuro e malvagio, è ad alto tasso energetico grazie ad un pregevole lavoro di chitarra ritmica e ad una batteria incalzante, mentre la conclusiva ‘Thrash Till Death’ riassume tutto nel suo titolo: Thrash fino alla morte e non può essere che così.

Riassumendo ‘March of Plague’ è un lavoro di buon pregio per una band che si sta ancora assestando (dopo il disco è entrato nelle sue file il nuovo batterista Andrey Galchevski, speriamo per rimanervi) pur avendo trovato una strada a lei confacente. Attendiamo con molto interesse il prossimo lavoro, che ci auguriamo esca con i giusti tempi e non dopo altri nove anni. Per ora, giudizio più che positivo.   

 
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