Recensione: Mass Grave

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Una cripta divorata dagli eoni, sconquassata e messa a soqquadro dal trascorrere impetuoso dei millenni. Forse, si tratta di un luogo ove antiche civiltà pre-umane hanno deposto i propri defunti. Perché, in alto, quasi a protezione di ciò che resta di quegli essere, campeggia un Grande Antico.

Lo scenario appena descritto è quello disegnato sulla copertina di "Mass Grave", nuovo nonché quarto studio-album in carriera dei romagnoli Hierophant.

Uno scenario che evoca brividi ancestrali che si rincorrono lungo la schiena, i quali scaturiscono da qualcosa che è celato nel DNA degli esseri umani. Qualcosa di alieno, qualcosa d'immemorabile, qualcosa che non si può e non si deve ricordare.

Ebbene, l'arcaico death metal del quartetto di Ravenna riesce a trasformare in emozioni primordiali questi input subliminali, questi echi provenienti dal più remoto dei passati. Emozioni primordiali, echi, musica.

Death metal indefinibile, sfuggente a ogni definizione. Non è old school, non è altra forma. "Mass Grave" suona a sé, incuneato in uno stile pressoché unico. A testimoniare, ancora una volta, il talento artistico posseduto dagli ensemble di metal estremo nostrano. Senz'altro non si può omettere di rilevare che il doom incroci, spesso e volentieri, la strada percorsa dai Nostri; ma solo come accessorio di dettaglio, come arricchimento in profondità del sound già pieno e opulento nella sua forma più ossequiosa al solo death.

Verrebbe da pensare un po' agli Asphyx, ma solo per dare un'infarinatura su quello che esprime il platter. In realtà, gli Hierophant interpretano il death metal con un piglio rigorosamente rozzo, involuto, chiuso su di sé. Quasi embrionale, ancora distante, cioè, da un'immagine chiara e distinta, avente i contorni netti. Un po' come il già citato ammasso carnoso che campeggia nell'immagine di copertina.

Brani come 'Mass Grave', la title-track, o anche 'Sentenced to Death', ammorbano i sensi per il loro impressionante carico di marciume, di putridume, di stantio. Di qualcosa che proviene da cicli astrali terminati milioni se non miliardi di lustri fa. Più i brani sono lenti, più si entra verso il centro della Terra, avvicinandosi alla cripta dannata, in cui albergano buio, olezzo di zolfo e... qualcos'altro d'innominabile. Ma è quando si scatena la follia dei blast-beats che gli Hierophant azzeccano un sound che solo loro riescono a creare. Un sound che, seppur veloce, appare sempre poco cinetico, statico. Cosa che non è. Cosa che è spiegabile con growling non-umano di Lorenzo, rabbioso come pochi.

Interessante la closing-track 'Eternal Void', apparente suite che, al contrario, consta di due segmenti distinti: il primo, piuttosto breve, che s'identifica in una song classica; il secondo, più lungo, che si sviluppa esclusivamente mediante un ossessivo rumore ambientale. Il vuoto dell'eternità? Il canto del Cosmo? Il rumore del centro della Terra? Qualunque sia il concetto che esso voglia manifestare, il risultato è raggiunto: disagio, angoscia, il nulla.

In poche parole, la vera essenza di "Mass Grave"

Daniele D'Adamo

 
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