Recensione: Masters of War

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Ritorno sulle scene in pompa magna per i modenesi Fogalord, che a cinque anni dal debutto “A Legend to Believe In” sfornano “Masters of  War”, catapultandoci direttamente alla fine degli anni ’90 con il loro power metal sinfonico, galoppante e maestoso, debitore (come del resto molti altri gruppi) della tempesta scatenata proprio in quel periodo dai connazionali Rhapsody. Distribuito sotto l’ala protettrice della Limb Music - garanzia quando si tratta di un certo tipo di power metal - e introdotto dalla solita copertina del prezzemolino Machado, “Masters of War” prosegue, a livello narrativo, il discorso interrotto con il precedente album rispetto al quale, almeno dal punto di vista strumentale, qualcosina è cambiato. Mentre là i rimandi ai già citati Rhapsody prima maniera erano evidenti al punto da sfiorare la sfacciataggine, con questo album si nota il tentativo di prendere almeno in parte le distanze dal gruppo di Staropoli. Ecco allora che alle ben note orchestrazioni magniloquenti e ai virtuosismi assortiti conditi da cori epicheggianti e carichi di pathos, i nostri affiancano aperture melodiche più vicine a un certo folk metal dall’aria di montagna e una maggiore attenzione per la consistenza delle tracce, che si fanno più robuste grazie a riff densi e a una certa varietà ritmica. Se dal punto di vista puramente strumentale il disco funziona, ciò che non mi convince appieno è la resa vocale di Daniele, che mi è sembrata un po’ troppo discontinua e altalenante, tra passaggi ben riusciti e altri in cui risulta addirittura sguaiato, fuori tono.

L’album si apre con “Il Racconto della Tempesta”, intro apprezzabile in cui si percepisce da subito il profumo dei canti di montagna a cui accennavo prima, seppur caricati dalla magniloquenza delle tastiere: dopo questo breve (ma secondo me ben riuscito) esperimento di fusione tra cori degli alpini e musica trionfale i nostri iniziano a far sul serio con l’ottima “Rising Through the Mist of Time”, tipica opener di scuola symphonic power tutta tastieroni epici, riff aggressivi e qualche svolazzo neoclassico qua e là. L’intermezzo in italiano riprende l’intro salvo poi cedere terreno all’assolo, mentre il finale torna a picchiare duro con i suoi ritmi più sostenuti. Una melodia distesa e poetica introduce la più compassata “Daughter of the Morning Light”, carica di pathos e di melodie sentite in cui, nonostante qualche scivolata vocale, i nostri confezionano una traccia molto piacevole e dalla solennità vibrante, il cui finale sfumato conduce alla possente title-track. “Masters of War” torna di gran carriera alle sfuriate di doppia cassa e alle melodie trionfali, il tutto sorretto da una chitarra agguerrita. Il rallentamento centrale che precede l’assolo consente al gruppo di prendere lo slancio con un’altra iniezione di enfasi prima di tornare alle ritmiche serrate e alla melodia trascinante già sentita in apertura, e appone il sigillo su un’altra cavalcata convincente. Il breve intermezzo “By the Everspring Tree” serve solo a creare un po’ di atmosfera in vista della successiva “The Storm of Steel”, introdotta da una melodia di cornamuse ripresa poi dal resto del gruppo. Anche qui ci si mantiene strettamente ancorati ai dettami del power sinfonico che ci piace tanto, sebbene le velocità si facciano un po’ più contenute per indulgere in una traccia che, nonostante qualche bello spunto, alla lunga finisce col risultare un po' indecisa e non particolarmente ficcante. Per fortuna si ritorna in carreggiata con “Absence of Light”, che prosegue il discorso di “Storm…” fatto di velocità scandite e rocciose alternate a brevi accelerazioni procedendo, però, con una maggiore sicurezza, infarcendo i suoi sette minuti con melodie solenni a profusione per dare al tutto una certa enfasi anthemica. “When the Blizzard Awakes” torna a pigiare sull’acceleratore mantenendo inalterato il tasso trionfale delle melodie, sebbene si avverta qualche cedimento nella resa vocale cui accennavo in precedenza. La traccia, già rapida, acquista velocità nella seconda parte, sfumando poi nel finale in tempo per aprirci le porte della terza intro dell’album, o il secondo intermezzo tra due brani, a seconda di come la vediate. Stavolta l’operazione dura meno di un minuto, passato il quale si arriva alle melodie delicate ed impalpabili di “The Gift of the White Lady”, in cui chitarra acustica e tastiere sorreggono la voce di Daniele per confezionare la seconda ballata di “Masters of War”.
Chiude l’album la lunga suite “The Sword’s Will” della durata di quasi tredici minuti, in cui i nostri modenesi snocciolano tutto il loro repertorio, miscelando melodie corpose e riff arroganti con il loro gusto per l’epicità esplosiva e di facile presa e i ritmi marziali. L’andamento della traccia si mantiene scandito e solenne, una marcia trionfale con picchi di maestosità stemperati da passaggi più ariosi e dilatati in cui a farla da padrone sono le tastiere, che si appropriano a poco a poco della scena.

Masters of War” è un album ben fatto, non privo di difetti ma pieno di passione, che grazie a un paio di idee a mio avviso azzeccate si salva dall’accusa di essere fuori tempo massimo: come già detto, le tracce sono ben fatte e trasmettono la giusta carica, e rispetto all’esordio si nota anche un miglioramento dal punto di vista della corposità delle canzoni, ma più volte durante l’ascolto ho avvertito la mancanza della cosiddetta zampata vincente che permetta al gruppo di fare il salto di qualità e differenziarsi, così, dal mare magno dei gruppi power sinfonici il cui mercato è destinato solamente ai die-hard fans.

 
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