Recensione: Medusa

inserito da

I Paradise Lost tornano sul mercato erigendo un nuovo monumento al gothic-doom intitolato “Medusa”, un monumento alla morte ineluttabile, alla caducità senza speranza dell’esistenza, all’orgogliosa consapevolezza che tutto è fatidico, che la bestia chiamata uomo può solo illudersi di essere il padrone di se stesso e del mondo, ma resta solo carne disperata destinata al nulla.
La scelta del titolo e dell’immagine di copertina è ricaduta sulla Gorgone della mitologia greca, la spaventosa creatura con i serpenti al posto dei capelli, colei che trasforma in pietra chiunque osi guardarla negli occhi. Ma è un immaginario che, nella ricerca concettuale di Nick Holmes, prende la via di una prospettiva filosofica nichilista.
"Evitare di guardare negli occhi di Medusa rappresenta nella realtà l’evitare di guardare alla deprimente realtà di un l'universo privo di significato." Un pensiero che si accorda con quanto espresso dai Paradise Lost nell’arco della loro quasi trentennale carriera.
Due sono le novità presentate che bisogna sottolineare, ossia l’ingresso di un nuovo batterista, il giovane finlandese Waltteri Vayrynen (appena ventidue anni), e il passaggio contrattuale al colosso Nuclear Blast, mentre a livello musicale la band prosegue nella riscoperta delle proprie radici seguendo il sentiero tracciato con il precedente “The Plague Within”.
Aprire il disco con la lenta e sepolcrale “Fearless Sky”, 8:31 di death doom oscuro ed epico, è a tal proposito una chiara dichiarazione d’intenti. Nick Holmes è tornato a usare tutto il proprio spettro vocale e punta di nuovo sul growl per l’intera lunghezza della traccia, salvo un passaggio più veloce dove torna alle clean vocals gotiche degne del mitico Draconian Times. Il testo si concentra sull’inutile tendenza umana alla materialità, all’arricchirsi accumulando oggetti privi di significato, invidiandosi a vicenda su chi ne detiene di più, il tutto reso futile dall’ineluttabile morte che arriva per chiunque e cancella via ogni traccia. Le cadenze lente poi mettono subito in luce l’ottimo guitarwork di Greg Mackintosh, il cui riconoscibile tocco pare non perdere un oncia della propria classe.
Gods Of Ancient” mantiene lo stesso andazzo, growl condottiero e riff assolutamente di alto livello che donano un’epica oscura al brano. Qui il concetto è quello sempre caro alla band, ossia il rifiuto nel credere in un potere superiore e in un significato profondo dell’esistenza umana, rileggendo il tema del paganesimo confrontato con le religioni monoteiste dominanti. È un pezzo che vibra di male, che attanaglia le viscere gettandole nello sconforto, illuminato solo dai passaggi chitarristici di Mackintosh che sembrano gli unici in grado di squarciare il morboso drappo nero che avvolge i Paradise Lost. Refrain vincente, tra l’altro.
From The Gallows” aumenta un po’ il ritmo e piazza il basso più in evidenza. Il ruggito antico di Nick Holmes continua a corrodere l’anima dell’ascoltatore e, detto dell’ottimo lavoro del sodale Greg, bisogna fare anche i complimenti alla new entry Vayrynen, preciso e vario nel suo lavoro dietro le pelli. Segue “The Longest Winter”, traccia dedicata alla natura (effetto pioggia iniziale) che riconquista ciò che l’uomo distrugge, in questo caso le terre contaminate dalla centrale nucleare di Chernobyl. È un gothic metal molto classico, tipico della band, con Holmes che dedica maggiormente la propria ugola alle linee melodiche, inserendo comunque il ritrovato growl ormai di nuovo un chiaro marchio di fabbrica.

La voce pulita è recuperata nella titletrack, dove Nick Holmes intona strofe pesanti come le nuvole di Halifax con il suo timbro cupo e poetico, benedetto dall’assolo prolungato di Mackintosh. Ancora una volta siamo come catapultati indietro nel tempo, verso i lidi di “Icon” e “Draconian Times” saldamente nella storia degli anni ‘90 ma ancora oggi imprescindibili sei si vuole trattare la materia gothic. “No Passage For The Dead” dimostra come si può essere brutali anche mantenendo il passo lento di un funerale e il semplice ritenere soltanto una ridicola invenzione umana l’ipotesi, quindi speranza, di vita dopo la morte. Di per sé questa è forse la traccia più debole del disco, ma non inficia sull’effetto complessivo dell’intero “Medusa”.
Tanto che ci pensa la splendida “Blood And Chaos” a rialzare il tiro, proponendo il pezzo più spedito del lotto, quell’accelerazione che i Paradise Lost si regalano di tanto in tanto, un po’ come la mitica Once Solemn ai tempi draconiani, riff compresi. Fa il palio con la conclusiva e ben più lenta e catacombale (tanto per chiudere il viaggio così come era stato aperto) “Until The Graves” nell’esprimere per l’ennesima volta l’unico concetto di fondo: abbandonare la speranza, e celebrare la bellezza dell'effimero e del nichilismo.

Un nuovo parto dei Paradise Lost non può mai passare inosservato, e non succederà con questo “Medusa”, anche dopo quasi trent’anni, anche se si tratta del quindicesimo disco in studio. Siamo ancora su livelli eccellenti, forse il disco più pesante mai partorito dal rinnovato quintetto. Otto tracce importanti, tra doom sulfureo e gothic poetico, con incise nei solchi cicatrici piene di rassegnazione, dolore e concetti comunque mai banali.
Non c’è luce in “Medusa”, se non quella di qualche candela poggiata sopra un tavolo impolverato, mentre con la testa tra le mani e la paura nelle viscere, restiamo in ascolto della pioggia che inesorabile disegna lacrime sulle finestre e dentro l’anima. Che sia davvero tutto inutile?

 
80