Recensione: Memoirs

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Kick: un monicker non troppo famoso né troppo caratterizzante, dietro al quale si nasconde, tuttavia, una band inglese di lungo corso autrice di numerosi album di AOR/Hard/Melodic Rock sin dalla fine degli anni '90. 
 
Le figure cardine del gruppo, in tutte le sue varie incarnazioni, sono certamente i fratelli Chris e Mickey Jones, rispettivamente chitarra e basso e già attivi sin dai primissimi anni '80 in due band divenute poi di culto tra gli appassionati del rock di quelll'epoca: XL e Rebel Hard. Fu poi l'incontro con il cantante Nick Workman (successivamente in forza anche ai Vega) a dare la spinta definitiva che portò all'uscita di “Consider This...”, debut album del Calcio targato 1998, cui seguirono “Sweet Lick Of Fire” (2001) e “New Horizon” (2004), mentre è da ascriversi al 2013 il ritorno sulle scene.
 
Il nuovo ”Memoirs”, un disco inizialmente pensato come secondo album da solista del vulcanico Mickey (qui impegnato anche al microfono) e alla fine edito a nome Kick, si presenta, manco a dirlo, come un album di AOR/Melodic Rock decisamente keyboard-oriented e incanalato per contenuti e sonorità sui binari della tradizione degli anni '80. Belle melodie, arrangiamenti ricercati e ottime performance strumentali si configurano, quindi, come gli ingredienti principali di una ricetta che consente ai Kick di seguire le orme di mostri sacri come Def Leppard, Bon Jovi, Journey e addirittura Whitesnake senza, tuttavia, peccare di lesa maestà.
 
Entrando nel dettaglio è obbligatorio far notare come l'ugola di Mickey, certamente priva della corposità e dell'elasticità dei migliori esponenti della categoria quanto viceversa ricca di personalità, sia nel contempo (parzialmente) limitante da un punto di vista meramente tecnico/estensionale quanto efficace nel donare alle varie composizioni una loro impronta identitaria. Da questo humus nascono sia pezzi da novanta quali le irresistibili “Urban Refugee”, “Highway To The Sun” e “Never Lost That Feeling”, senza dubbio il top in scaletta, quanto tracce meno brillanti quali le iniziali “Doesn't Take Too Much” e “Thrill Seeking Junkie”, probabilmente avvilite da un certo flavour à la Megadeth di metà anni '90 che poco c'azzecca. Il resto della scaletta si dipana tra varie altre canzoni di livello medio/alto (tra le quali vale la pena citare la n.3 “Radio“, la successiva “Come Back” e “Words Of Advice”) che finiscono per regalarci una quarantina di minuti di musica ispirata, ben confezionata e in definitiva (molto) piacevole da ascoltare, anche ripetutamente. Se vi par poco...

Stefano Burini

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