Recensione: Message From Eternity

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Forse è facile sottovalutare la difficoltà che incontra chiunque voglia muoversi in un campo artistico e di indagine, nel quale già altri hanno costruito risultati immensi, quasi ingombranti. Certo complessissimo è anche il percorso del pioniere ma questo ha ostacoli diversi da superare, mentre chi viene dopo di lui deve lottare soprattutto contro la sua figura, resa gigantesca dalla storia.

È facile individuare i giganti del progressive metal con cui deve confrontarsi ora un gruppo. Tanto facile da risultare pure banale e inutile nominarli. La loro struttura tecnico-stilistica si staglia all’orizzonte grandissima, tanto che è questa che viene più naturale iniziare a imitare e l’imitazione è un sano incedere, perché tramite questa si può far tesoro delle esperienze altrui e superare chi è venuto prima. Ma quanto è arduo attraversare i giganti? Lo è certamente in sommo livello e infatti sono pochissimi quelli che riescono. Di certo non sono riusciti, se non forse a tratti, gli italiani Virtual Symmetry con il loro album d’esordio, Message from Eternity. Essi sono nati nel 2009 e nel 2014 hanno pubblicato un demo in cui sono presenti due assoli del tastierista dei giganti più famosi del prog. metal, che qui voglio lasciare innominati, e una partecipazione vocale di Alessandro Del Vecchio.

E in questo 2016 autoproducono il loro esordio che mi pare sia nient’altro che un intenzionale tributo al prog, ottenendo solo, sempre secondo il parere personale, un colossale fraintendimento dell’approccio culturale progressivo alla musica, approccio che usa come strumento la tecnica, non ne fa meta, approccio che per sua natura supera ogni confine di genere e si adatta all’artista come fosse acqua. Mentre i Virtual Symmetry non dimostrano uno stile personale, escludendo solo alcuni interessanti tratti strumentali, come l’intro della lunga suite che dà il titolo all’album, presentano testi banali e soprattutto sembrano tradire una mancata conoscenza delle produzioni più interessanti e originali del Prog Metal contemporaneo, cosa che risulta ancora più frustrante per l’appassionato, data l’uscita di questo album in un anno che si è aperto sì con un scialbo doppio album dei giganti sopracitati, ma, soprattutto, con un bellissimo lavoro di una band di Chicago, recensita su Truemetal, ed è proseguito con lavori dal valore eccelso.

Il Prog non ha bisogno dei Virtual Symmetry, anzi non ha bisogno di questi Virtual Symmetry, ma chiede con ogni sua fibra quelli capaci di superare i giganti, di attraversarli, calpestandoli magari, sviluppando il loro potenziale, qui oppresso. I Virtual Symmetry sono stati schiacciati e spero solo che siano capaci di accorgersene e di rialzarsi, per il bene loro e della musica.

 
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