Recensione: Metal Supremacy [EP]

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C’era una volta una bellissima creatura, ma costei non era una principessa... stiamo infatti parlando dei The Dead Youth, band death metal di culto proveniente dell’Illinois completamente sconosciuta ai più da cui sorsero, dopo il classico split di rito, due grandi band sottovalutate anch’esse che rispondevano ai nomi di Usurper e Scepter... ed è proprio di questi ultimi che, miei cari, voglio parlarvi oggi.

Formatisi attorno all’ugola corrosa e corrosiva di John Karnes (basso e voce) gli Scepter sono, anzi erano, una formazione dedita a un metal estremo quadrato e feroce di scuola Hellhammer/primi Celtic Frost. Pertanto, avremo a che fare con tempi precisi come rasoi, vocals che squartano le orecchie e palm-muting che lacerano la carne come solo Tom Gabriel Fischer sapeva fare. Con in più quel tocco di personalità nel riffing e nelle liriche che male di certo non fa.

Le liriche soprattutto erano un aspetto fondamentale della loro musica essendo incentrate non solo sui soliti temi di occulto, violenza e tutto lo schifo che c’è nel Mondo tanto cari alle band estreme: i Nostri erano dei metal head talmente convinti della loro fede che spesso preferivano strizzare un occhio volenteroso verso l’ossessione che loro stessi provano, appunto, per il metal. Il motto della band non a caso era «we’re obsessed by metal», da buoni e sani malati di sindrome metallica.

Ovviamente la cosa non deve far pensare a una grossolana operazione pacchiana in stile ManOwaR: qui il metal era esaltato come violenza sonora, come l’essere dei grandi ‘Son of a B*tch’ (frase che spesso riecheggerà nei testi dei futuri lavori della band, senza per forza ripetersi nel già citato stile tipico di Joey DeMaio & Company) che nutrono una furia primordiale che parte dalla carne e dalla mente per poi trasmettersi sul proprio strumento ed essere amplificata come merita. Una cosa che si chiama ‘attitudine’, ed è una cosa che si sente tantissimo in questa band che andrebbe seriamente ripresa in considerazione magari iniziando proprio da questo EP, targato 1996, loro primo rabbioso vagito di malvagità che, in soli quattro pezzi, è tuttora capace di prendere in giro tutte quelle band convinte che per essere cattive e con le palle bisogna suonare più effettati e veloci possibile.

Introdotta da un semplice ma non banale crescendo di elettricità di scuola tipicamente thrash si parte con la title-track: non appena scatteranno i trenta secondi nel timer del vostro lettore, partirà l’assalto ‘celticfrostiano’ del combo americano, con un palm-muting in mid-tempo efficacemente in grado di favi smuovere il capoccione senza mostrare chissà quale piroetta strumentale e via così, dritti al punto lungo tutto il pezzo, infarcito di liriche inneggianti alla gloria metallica sopra accennata.

Proseguiamo con “Death’s Head” dove i Nostri alzano leggermente la velocità senza mai lanciarsi nelle classiche sfuriate tipiche del metal estremo, favorendo la criptica oscurità del mid-tempo a tutto spiano: anche qui i riff in stile Celtic Frost abbondano come se piovesse, interrotti da una parte atmosferica che si nutre puramente di fervore elettrico per poi alzare di un altro po’ il tiro e condurre verso il finale.

C’è da notare come ogni pezzo degli Scepter esalti il lato oscuro e crudo di questa musica unicamente con i suoi riff granitici e le urla dissacranti di Karnes, e ciò rende ogni loro sussulto musicale un autentico massacro sonoro infarcito di primordiale saggezza. Quella saggezza tipica di un periodo che già allora, nel 1996, sembrava scomparsa e che sembrava lasciare definitivamente il posto alla furia impazzita della seconda ondata black metal scandinava che proprio in quei giorni cominciava a fare i suoi primi proseliti in giro per il Mondo. Le linee sonore scolpite da costoro, pur non eccedendo in velocità e tecnica, sono tuttora capaci di regalare emozioni di freddezza senza pari e questo altro non è che succo della vecchia scuola del metal, quella scuola a cui appunto si rifacevano questi tre mai troppo acclamati profeti di un verbo purista che sembrava avere sempre meno adepti. E il tutto è contornato da una produzione cruda al punto giusto, perfetto biglietto da visita per il loro assalto musicale dimenticato dall’era moderna.

Proseguiamo con “Tetragrammaton” dove il tempo diviene lento, quasi doom ma cadenzato in ottave e spezzato unicamente da un riff carico di groove grezzo. Un pezzo che farà la felicità del metal estremo più grezzo e groovy (con un tocco quasi punk) tipico degli immortali Hellhammer.

Conclusione affidata a “Nostradamus”, brano sempre sulla falsariga dei precedenti ma con un approccio quasi melodico nonostante la voce sanguigna del leader, le distorsioni taglienti e quel minimalismo ritmato di vecchia scuola ormai già marchio di fabbrica del combo. Dopo alcune accelerazioni cadenzate in terzine, il pezzo si conclude di colpo, senza preavviso. Evidentemente ai Nostri Eroi non andava bene il classico finale carico di pathos e dritti al punto come sempre mollano improvvisamente il tiro!

L’EP quindi, volge al termine ma la voglia di schiacciare nuovamente il tasto ‘play’ è ancora tanta, e chissà quante volte ancora lo vorremmo rifare. Impossibile che, da amanti dell’estremismo sonoro, una simile ricetta non vi possa piacere ma se per caso, ciò dovesse avvenire, vi riporto il loro pensiero in merito, scritto sul retro del booklet: «if you don’t like it you can fuck off and die». Fatevi un favore, riscopriteli e pagate loro il giusto tributo perché per certe cose non è mai troppo tardi. Confido nella vostra fede nel metal, che sia grande almeno quanto quella provata da questi tre folli americani, mai lodati quanto meritavano.

Giuseppe “Maelstrom” Casafina

 
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