Recensione: Methods to Delusion

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Gli Scalpel giungono dal Massachusetts e propongono un death metal ortodosso molto, molto underground.

Una presentazione breve e asciutta, quella di cui sopra, che rispecchia appieno il loro stile; senza fronzoli né orpelli, appunto.

“Methods to Delusion” segue a distanza di quattro anni il debut-album “Sorrow and Skin”, e, seppur autoprodotto, si avvale dell'opera di Colin Marston dei Gorguts, avvenuta presso i Thousand Caves Studios. E, ultimo ma non ultimo, della distribuzione della Clawhammer PR, distro certamente di livello più che buono e piuttosto nota sul mercato internazionale. 

Biglietti da visita che, comunque, lasciano intendere di come il progetto-Scalpel non sia né dilettantesco, né campato per aria. Certo, presumibilmente “Methods to Delusion” non passerà alla Storia per contenuti particolarmente originali e/o innovativi. Le tematiche sono state in effetti abbondantemente utilizzate, nelle più disparate varianti, nella leggendaria filmografia horror di serie B sin dagli anni ottanta; il che, se non altro, ammanta l'opera di un certo spessore culturale che, di rimando, si riflette anche nell'aspetto meramente musicale. 

Il death degli Scalpel, difatti, è tutto fuorché improvvisato. Si percepisce sin dalle prime battute. Il riffing è un altare rosso sangue in onore alla forza tranciante della motosega, che schianta le ossa in tutte le song del platter. Anche i soli, lancinanti, sembrano essere lì apposta per scarificare più in profondità ciò che la prima passata ritmica ha lasciato indenne. Il growling dei due chitarristi/cantanti si equivale, nel senso che entrambe le ugole paiono aver bevuto litri su litri di acido muriatico per una resa perfettamente in linea con lo stile rozzo e demolitore del death elaborato dal combo di Attleboro. Pure la sezione ritmica si allinea al resto della compagine, proponendo passaggi spesso veementi, furibondi, innestati sulla barbarie dei blast-beats.

I brani hanno un andamento un po' altalenante, nel senso che accanto a esercizi di tecnica sicuramente degni di nota, come nella closing-track 'Intensified Festering', fanno capolino, al contrario, pezzi forse maggiormente immediati ma più poveri per ciò che concerne l'aspetto sia esecutivo, sia compositivo; così come accade nell'opener-track 'The Cleaner', efficace nella sua efferatezza nondimeno leggermente convulsa per essere apprezzata nella sua interezza e profondità.

Come già accennato gli Scalpel non cambieranno l'ordinario andamento del movimento death metal planetario, con il loro “Methods to Delusion”. Essi, tuttavia, identificano lo spirito libero e fiero che incarna le produzioni più schiette, messe a giorno non per compiacere qualcuno ma per il puro piacere di farlo, per la pura passione.

Massimo rispetto, allora!

Daniele “dani66” D’Adamo

 

 
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