Recensione: Mirror Reaper

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Quanto tempo impiega una foglia secca, una volta abbandonato il proprio ramo, a posarsi sul comune suolo terrestre? La risposta è complicata quanto affascinante.

É necessario focalizzare l’immagine malinconica dell’attimo che, leggiadro, precipita nell’ignoto sospinto dal vento e trafitto dagli sguardi distratti dei vivi che restano ancora aggrappati ai deboli arbusti della sopravvivenza. Uno scorcio autunnale e silenzioso nel quale viene dipinto uno dei tanti volti del trapasso tra la vita e la morte, il passaggio di stato tra materia e spirito. Questo sottile ed infinito parallelismo che divide le due dimensioni viene musicalmente trasfigurato dai Bell Witch nel nuovo album intitolato “Mirror Reaper”.

Ci si trova dunque al cospetto di uno specchio inquietante che delimita il confine tra il concreto e l’ignoto, che cattura la memoria ed i ricordi di chiunque voglia specchiarsi per eludere la realtà. Uno quadro che mostra l’esatto riflesso di ciò che appare omettendo, tuttavia, il respiro dell’immaginazione.

Formulando la domanda iniziale allo specchio dei Bell Witch esso risponderà con estrema precisione: un’ora, ventitré minuti e quarantatré secondi, ovvero la durata dell’intero disco. Il concetto del tempo, però, è relativo, dunque non bisogna soffermarsi sui classici canoni di calcolo temporale ma bensì sulla durata di un’emozione incastonata in un ricordo che, dall’istante, si protrae per l’eternità.

L’opera del duo di Seattle è divisa in due atti: ‘As Above’ e ‘So Below’ (Come sopra, così sotto): due capitoli che fanno parte della stessa storia, la storia dell’ineluttabile destino che prende per mano ogni essere umano sin dalla nascita. La prima parte di questo doppio album è densa come una lacrima di resina, si appiccica all’anima immobilizzandola. É l’inerzia dei ricordi di una vita a dettare il percorso che si proietta in diverse direzioni annientando la solidità dei punti cardinali. Le sonorità dilatate, lente e ripetitive levigano un imbuto nel buio in cui ci si ritrova a disegnare spirali infinite di tristezza. C’è tanta disperazione in “Mirror Reaper”, una disperazione figlia della morte di Adrian Guerra, ex batterista e vocalist della band deceduto proprio durante la composizione dell’album. Le atmosfere spettrali, le urla profonde, viscerali ed il protrarsi del tempo sono gli inconfondibili elementi che contraddistinguono lo spesso ed avvolgente tessuto doom indossato con eleganza dall’intricata opera. L’ascolto della lunga marcia funebre rilega l’ascoltatore in una galassia ignota, a fluttuare nelle proprie memorie privandosi della gravità del tempo, ladro e deturpatore dell’esistenza più concreta. Un mondo parallelo sommerso in un lago freddo e sconfinato dal quale emergono colossali monoliti enigmatici, scuri come il granito e taglienti come la lama delle angosce. In alcune circostanze sembra proprio di udire un macigno che si infrange sull’acqua: un fragore intenso che culmina nel silenzio più disarmante.

Dylan Desmond (basso e voce) e Jesse Shereibman (batteria, voce, organo), stendono un sottile strato di sale sulla ferita aperta che ogni essere umano nasconde, dando così vita al suono immortale della sofferenza. A supportare il duo c’è Erik Moggridge (Aerial Ruin) che offre una presenza vocale emozionante in ‘So Below’, il secondo capitolo di un disco colossale e magnetico prodotto dall’infallibile specialista Billy Anderson (Swans, Neurosis).

Durante la lenta ed estemporanea discesa, prende forma un poetico fantasma, inconsapevole di essere tale, il cui desiderio è quello di non scomparire ed il cui presente è quello di galleggiare nel limbo dell’incertezza. Uno sguardo ai rami della vita, ai sorrisi sbiaditi dei germogli ed uno sguardo impaurito verso quel cimitero di polvere gialla ed arancione che presto inghiottirà l’anima nel nulla. La voce soave e tiepida come il sole d’inverno, sospinge le vele del galeone della speranza, mentre i battiti del basso scandiscono l’urto delle onde sullo scafo della nave ormai alla deriva. Il clima apatico di ’So Below’ incontra un sottofondo sonoro decadente composto da tenui sfumature circolari, impigliate sulle trame delicate di una nebbia che l’utopia vorrebbe trasformare in una rete di salvataggio. Ma quella maledetta foschia è soltanto il presagio ad ulteriori incessanti riflessioni che come un ago trafiggono lo specchio lasciando che il filo della vita possa incontrare le due dimensioni per poi precipitare, trascinato dall’appuntito e luccicante destino.

“Mirror Reaper” è un album introspettivo, a tratti commovente a causa di un’intimità che lascia senza parole. Un disco che non mostra mai il volto della morte ma che trasmette la sensazione di averla alle proprie spalle, di sentirla respirare ed, in certe circostanze, di percepire addirittura una fredda carezza che muta in un gelido brivido.

Un lavoro così lungo ha bisogno di tempo per essere assorbito, capito ed apprezzato. Il famoso tempo che, nell’intermezzo tra la vita e la morte, svanisce affinché ognuno di noi possa afferrare la propria manciata di vita e contarne ogni singolo granello prima di scomparire per sempre.

Presto la magica clessidra dei Bell Witch sarà soltanto un incomprensibile ma affascinante déjà-vu.

 
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